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Santa Rita da Cascia, Santa dell’Impossibile

Indice

Introduzione

Contesto storico

     La Repubblica di Cascia

Infanzia e giovinezza di Santa Rita: la bambina e la Vergine

L’amore e la guerra di Rita: l’incontro e le nozze con Paolo Mancini

     Nozze sobrie

     Vita nuova

     La morte violenta di Paolo

La follia, la Pace e il Perdono di Rita

     Gli assassini di Paolo

La vita monastica di Rita

     Le tentazioni di Rita

     Eresia, presunzione e santità: la pratica autopunitiva e gli eretici in epoca medievale

La spina di Rita

     Ultimi giorni

Fonti bibliografiche

     Libri

     Internet

     Treccani


Introduzione

Santa Rita da Cascia è conosciuta in tutto il mondo cristiano sin dalla sua epoca, il XV secolo, come Santa dell’Impossibile per i miracoli e il manifestarsi della Benevolenza Divina per sua intercessione in casi IMPOSSIBILI. Solitamente davanti alla parola «impossibile» scienza e fede si fermano e si interrogano, perché quando la scienza non ha più strumenti materiali per intervenire, la fede ha solo la speranza di un intervento della Divina Benevolenza e la certezza di essere esaudita.


La storia di Santa Rita non è solo una storia di fede, e una pagina di storia ma soprattutto una vicenda profondamente umana che fa riflettere e su cui bisogna porsi non tanto l’interrogativo del perché sono accadute tutte le cose che le sono accadute, ma come e come le ha affrontate e superate nel suo tempo, con la mentalità del suo tempo e gli strumenti che aveva anche materialmente nella sua epoca. Siamo troppo abituati, nonostante gli sforzi di dottori e personaggi illuminati del Clero, all’idea del Dio cattivo che ci mette alla prova o punisce e ci grazia solo dietro altissimo sacrificio, ma già dal tempo di San Francesco questa idea fu sottoposta a un terremoto di interrogativi che invece sostenevano l’esatto contrario. La storia di Santa Rita è una delle vicende forse più drammatiche del Medioevo italiano, una vicenda che non smette mai di insegnare.


Contesto storico

Il Basso Medioevo italiano è un periodo di grandi cambiamenti e tumulti nelle città: dopo tanti sforzi per liberarsi dal giogo feudale altomedievale e dagli obblighi verso l’Imperatore, di fatto la Lotta tra le due fazioni aveva solo cambiato nome; aveva aggiornato la propria modalità di azione ed erano aumentate le bandiere perché non si combatteva più solo tra famiglie al governo dei vari comuni. La storiografia medievale italiana a partire dalla nascita dei Comuni è ricchissima di vicende e aneddoti sanguinosi e cruenti, in cui trionfavano violenza e pestilenze e carestie a spese della popolazione. La realtà storica era molto più complessa, specie se si scende in dettagli politici che però condurrebbero fuori tema. La città di Cascia è una città molto antica, già di epoca romana e già dal remoto passato soggetta ai danni dei terremoti dovuti alla sismicità della zona, trovandosi in posizione quasi montana e lungo il valico appenninico centrale, dove i recenti sismi hanno distrutto Norcia e le borgate adiacenti. Dettagli storici della Cascia medievale non se ne hanno, probabilmente perché nonostante si fosse costituita libero comune dal XII secolo, fu sottomessa successivamente dai Trinci e poi da Federico II, venendo a far parte di quella rete di città che partecipavano alla lotta tra Guelfi e Ghibellini. Non è da escludere che la carenza di fonti sulla storia della città sia anche dovuta al fatto che come molte fu devastata dalla peste. Cascia, forse per la sua strategica posizione fu spesso oggetto, senza mai però perdere la propria autonomia e indipendenza, delle vicine Spoleto, Norcia e Leonessa. Oltre alla lotta tra Comuni che spesso in realtà celava rancori e lotte per il potere tra famiglie di opposta fazione, l’Italia del XIV e del XV secolo fu un Italia travolta dall’epidemia di peste [1]. La peste tolse a Rita i due figli, gemelli, che le erano stati sottratti e poi rivoltati contro dalla famiglia del padre e che ritrovò solo in punto di morte in un lazzaretto. Il contesto storico tocca anche i luoghi di fede, i centri religiosi come i monasteri o le abbazie che in quell’epoca lavoravano come enti, insieme alle autorità laiche e cittadine, tra cui spiccava proprio la famiglia di Rita, al fine di stipulare tregue se non firmare la pace tra le fazioni in lotta.


La Repubblica di Cascia

Gli Statuti della Repubblica di Cascia, cui apparteneva il borgo natale di Rita, Roccaporena, situata a poche miglia di distanza e in zona montana, prevedevano il diritto di vendicare anche con la morte un’ingiuria ritenuta morale. E non vi erano dubbi che un’offesa fosse tale quando un parente veniva ucciso [2]. Il che, per faida famigliare o politica, accadeva molto spesso. Ne derivava una spirale di omicidi talmente incontrollabile che il legislatore, pur ammettendo la vendetta, poneva imiti su chi potesse esercitarla e su chi dovesse subirla. Ingenti pene pecuniarie, fino a 25 lb di denaro venivano inflitte a coloro che la provocavano lanciando pubbliche accuse o vi si lasciavano coinvolgere in seguito all’assassinio di un proprio consanguineo. Variavano le multe a seconda che si trattasse di un parente fino al terzo o quarto grado. [3] [4]

La vendetta era legittima soltanto se colpiva il principale responsabile di un delitto, non i suoi complici. Il vendicatore, pertanto, veniva punito con una pena doppia di quella prevista per un delitto comune se nella faida rimanevano uccisi autori, per così dire, secondari all’omicidio [5]. Se ne deduce che la consuetudine di estendere il raggio della vendetta a interi gruppi famigliari o politici fosse più che frequente, tanto da indurre il legislatore a escogitare un meccanismo speciale per arginarla. E se ne deduce anche che i delitti venissero solitamente architettati ed eseguiti da più membri di una medesima fazione. Si ha conferma di quest’ultima circostanza dl fatto che persino la giustizia, per non stroncare troppe vite, aveva dovuto darsi un freno. Così quando erano più d’uno i responsabili di un crimine, veniva scelto a sorte quello da giustiziare. Non certo per spirito umanitario, ma per necessità militari. La continua tensione con le comunità circostanti poneva infatti al governo di Cascia l’esigenza di tenere sempre in armi un adeguato numero di giovani predisposti alla rappresaglia ed al saccheggio, tanto meglio addestrati alla violenza per vocazione naturale.


Poiché la vendetta da consuetudine interna delle genti casciane, era stata istituzionalizzata nei rapporti con le popolazioni vicine attraverso quella forma di rappresaglia denominata ‘cavalcata’ [6] che consisteva in una veloce scorreria allo scopo di terrorizzare, decimare, intimidire gli abitanti di un determinato circondario. Si ricorreva alla cavalcata per ricondurre all’obbedienza un villaggio già assoggettato alla Repubblica di Cascia, per imporre le proprie condizioni nel corso di trattative dall’esito incerto, ma soprattutto per raddrizzare, come soleva dirsi, un torto subito. Quanto fosse complessa la rete delle ostilità e delle alleanze con i vicini lo si evince da un inventario delle pacificazioni pubbliche presso l’Archivio comunale di Cascia, dal quale risultano conciliazioni con i comuni di Leonessa (1289), Norcia (1304, 1341), Cerreto (1395), Colle del Marchese (1401) e Aquila (1495); e in ispecie con revoca di rappresaglie tra Cascia e Spoleto (1417) e Cascia e Ascoli (1417) [7].

Innumerevoli erano i motivi che di volta in volta alimentavano questa urgenza di vendetta, sul piano sia collettivo sia individuale.


In termini politici c’erano i conflitti tra Guelfi e Ghibellini [8], che investivano anche il piano religioso, coinvolgendo le autorità ecclesiastiche, oltre che le famiglie fedeli o contrarie al papato. Aggravavano questo clima di turbolenze comuni alla società ecclesiastica e civile le lacerazioni conseguenti alla ‘Cattività Avignonese’[9] appena terminata con il ritorno a Roma di Gregorio XI, nel 1374. Né poteva dirsi superato il trauma di quella mortificazione che aveva indotto grandi donne come Caterina da Siena [10] e Brigida di Uppsala [11] a prendere di petto il Papa. Ingiungendogli di essere “uomo virile, non timoroso” la prima; spaventandolo con predizioni di morte se non fosse rientrato a Roma, la seconda [12].

Era poi giunto il peggio con l’elezione del nuovo pontefice, nel 1378. Il popolo aveva invaso il recinto del conclave reclamando un papa romano o almeno italiano, mentre i francesi premevano per il rientro ad Avignone. Era così deflagrato mentre Rita nasceva, il grande Scisma d’Occidente. Si contendevano il trono petrino due papi: Urbano VI a Roma e Clemente VII ad Avignone. Sarebbero presto divenuti tre, con l’elezione di Giovanni XXIII (Pisa, 1410) in contrapposizione a Gregorio XII e Benedetto XIII [13].


Prolificarono le fazioni, le bande, le congreghe. Conflitti spietati divisero il Popolo di Dio. Contraccolpi feroci si ebbero nella regione dove maggiormente, un tempo, era fiorito il misticismo. Umbria e Toscana ne furono lacerate, città come Cascia e Spoleto insanguinate. Alle ostilità di carattere religioso e civile si sovrapposero quelle di carattere famigliare, motivate da interessi economici enormi. E aumentavano vertiginosamente, in questo clima di sopraffazione, i conflitti di ordine sociale, ponendo i ricchi contro i poveri, i nobili contro la plebe, gli artigiani di una corporazione contro quelli di un’altra. Si può ben capire quale importasse finisse per assumere in questo crescendo di odio e di rancore il ruolo dei pacieri, persone investite del compito di sedare le liti attraverso l’opera di persuasione ed arbitraggio. Era un compito delicato e complesso, che comportava una valutazione attenta degli interessi da conciliare e, soprattutto, dei sentimenti sui quali si fondava la discordia.


Trattandosi di un pubblico ufficio, quelli che erano chiamati a svolgerlo dovevano offrire garanzie di probità [14] e disporre di un patrimonio che potesse tenerli al riparo da tentativi di corruzione [15]. Se ne deduce che la famiglia di Rita doveva godere di un certo benessere economico. Appartenevano dunque a famiglie benestanti, di condizione per lo più borghese, ma non sempre in vista. Erano volontari, ma non è detto che non trovassero in certi casi un tornaconto per questa attività. È lecito ritenere tuttavia, che fossero animati da idealità cristiane oltre che da un senso civico profondo, tali da farli apparire agli occhi del mondo come ‘buoni angeli di pace. Anche in termini di diritto, del resto, i motivi cristiani erano considerati di peso decisivo nei riti di pacificazione ed evidenziati per iscritto da formule che spiegavano come l’interessato fosse indotto al perdono ‘per amore di Dio e remissione dei peccati[16]. La procedura prevedeva che i contendenti dessero prova di questa loro buona disposizione scambiandosi il bacio della pace e una stretta di mano. Doveva tuttavia specificarsi per iscritto l’entità del risarcimento, le spese processuali ed eventuali multe in caso di inadempienza. Venivano promesse, per indurre gli animi alla composizione extragiudiziaria delle liti, sensibili riduzioni delle pene pecuniarie. Talmente sensibili che col tempo l’erario ne subì un danno così rilevante da indurre il fisco a rivedere e limitare gi abbuoni. Non era dunque un lavoro di tutto riposo quello che i Lotti svolgevano tra gente dall’animo risentito e i modi bruschi, spostandosi continuamente su un territorio impervio, disseminato di fitti boschi e gole montuose, per tenere i contatti con i protagonisti delle vertenze da dirimere. Che non sempre si contavano su gravi motivi di sangue ma che comunque richiedevano una paziente opera di ricomposizione [17].


Figura 1 – Roccaporena, veduta

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Infanzia e giovinezza di Santa Rita: la bambina e la Vergine

Santa Rita nacque nell’estate del 1381 probabilmente – l’anno non è certo [18] - poiché a quell’anno è attribuito un evento straordinario, ossia la stipulazione di una pace tra il Comune guelfo e i castelli ghibellini del territorio. A questa pacificazione contribuì probabilmente un certo Antonio Lotti, padre di Rita che insieme alla moglie, Amata Ferri erano stati nominati dal Comune come "pacieri di Cristo" nelle lotte politiche e familiari tra guelfi e ghibellini. I genitori erano già in là con gli anni, gli storici parlano di una sessantina di anni [19] quando nacque Rita, altra circostanza che all’epoca avrebbe etichettato come impossibile l’avere figli, considerando la durata della vita media, le condizioni di vita dell’epoca. Non esistevano registri parrocchiali all’epoca e anche per questo non si conosce l’esatta nascita di Rita né il matrimonio dei genitori, che se comprovato da un contratto avrebbe aggiunto informazioni sulla condizione sociale della famiglia. I calcoli si possono fare solo a posteriori, sfruttando gli anni di vita come monaca e l’anno di morte.


Tutti conosciamo questa Santa come Rita, semplicemente, ma in realtà si tratta di un’abbreviazione perché il nome in epoca medievale non esisteva, infatti è probabile che nacque Margherita Lotti e il nome fu scelto non solo perché era molto diffuso, ma agiografia vuole che vi fosse stato un segno divino anche per questo. Sin dalla nascita sono attribuite alla sua vita cose ‘impossibili’ o quanto mai ‘straordinarie’. Si ricorda l’episodio delle cinque api che entrano ed escono dalla bocca della neonata senza pungerla, anche se l’agiografia vuole che tali cinque api (5 pungiglioni dunque) rappresentino in vero le cinque piaghe di Cristo sulla Croce (2 per arto e quella al costato, senza contare il fatto che era il quinto giorno di vita della bimba) [20]. Qui i significati si perdono, si entra già nell’area mistica e miracolosa come la provvidenziale immunità al veleno degli insetti, una sorta di premonizione per la stimmate della spina e non ultimo vi è il riferimento alla sacralità del miele (che si perde nel tempo) [21].


Altri episodi sovrannaturali non mancano come la visita di un angelo nella casa [22], anch’esso da ricondurre alla simbologia agiografica. L’intento agiografico di enfatizzare sin dall’infanzia l’anelito religioso di Rita, la pietas dei genitori e l’educazione alla preghiera hanno da un lato creato però un vuoto di informazioni storiche che è possibile colmare solo per deduzione [23]. L’educazione di Rita non fu solamente religiosa ma fu anche culturale, cioè era una donna istruita e pare che abbia avuto un’istruzione di gran lunga superiore a quella che avrebbero avuto molte coetanee del suo tempo. Sul livello culturale di Rita ci informa una fonte iconografica nella Chiesa di Sant’Agostino a Cascia dove la Santa viene rappresentata con un libro in mano. In altre fonti iconografiche locali la Santa è altresì rappresentata proprio con il libro in mano oltre ai simboli a lei attribuiti, specie la spina che le procurò la stimmate in fronte. Il libro non è probabilmente solo un simbolo di cultura e istruzione, piuttosto secondo l’autore, Cuomo, sarebbe un preciso riferimento alla scelta di abbracciare la vita monastica [24]. Era una donna molto colta e intelligente e inoltre pare che abbia anche ricevuto insieme all’istruzione e l’educazione religiosa anche quella signorile. Ne fa fede la qualifica di domina attribuita da un notaio, tale Domenico Angeli solo nel 1457 quando vengono registrati alcuni miracoli a lei attribuiti. Rita crebbe e fu educata dunque in un clima estremamente turbolento e delicato che non si curava di donne e bambini e sua protezione fu certamente il mestiere di pacieri dei genitori e la posizione sociale occupata. Rita era sicuramente consapevole di vivere in un’epoca e un luogo insanguinati da rancori e vendette dove seminare la pace era praticamente, o quasi, impossibile.

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L’amore e la guerra di Rita: l’incontro e le nozze con Paolo Mancini

Di Paolo di Ferdinando Mancini sappiamo poco e sappiamo che faceva parte di quelle famiglie che si dilettavano a guerreggiare e praticare la faida nella Cascia di quegli ultimi anni del XIV secolo e i primi del successivo. Era molto più grande di Rita, sui venti mentre lei era appena dodicenne. Paolo era dunque un soldato sicuramente, cavaliere è probabile ma non nel senso di appartenente ad un Ordine equestre, nobile o comunque ricco e di famiglia in vista con buona probabilità. Paolo non godeva di ottima fama, proprio perché sicuramente era solito unirsi o essere in prima fila durante le cavalcate in territorio nemico, aveva le mani intrise di sangue e conosceva poche regole, oltre a quelle della scherma anche se non è possibile immaginarlo attorno ad un manuale di combattimento, essendo il Fiore dei Liberi pubblicato solo nel 1409 (1410) a Ferrara. Aveva imparato la guerra con la pratica. Era legato a circoli potenti, famigliari e politici, all’interno dei quali ricopriva un ruolo che gli assicurava rispetto [25]. Oggi saremmo propensi a fare atroci paragoni essendo la realtà della faida e della vendetta ancora praticate laddove regna l’anarchia. Non era un capo in senso assoluto, ma un gregario [26] potente che disponeva a sua volta di altri gregari, dei quali si avvaleva per fare ciò che doveva. Sembra che quando vide Rita la prima volta, se ne fosse innamorato e per rispetto ne avesse chiesto la mano al padre. Probabilmente la notizia è agiografica, perché come è possibile pensare che ad un tale individuo, promotore della violenza, un paciere come Antonio Lotti concedesse la mano della figlia da poco adolescente senza opporre obiezioni?


I genitori di Rita avevano certamente in mente di maritare la figlia per assicurarle un futuro e una certa protezione come accadeva a quei tempi assicurandole magari una dote, ma da più parti pare che la giovane fosse reticente. Paolo però rappresentava al contempo qualcuno che l’avrebbe potuto proteggere sostituendo un domani la protezione della famiglia di origine. Paolo, come lo definisce l’autore «era coinvolto, come tanti giovani di lama lesta e spirito intraprendente, nel grande gioco delle rivalità casciane, che era principalmente politico». Non è possibile però che fosse un figlio di nessuno e se aveva chiesto la mano di Rita, considerava non solo il suo status sociale ma anche il proprio per credere di averne quanto meno diritto. Ciò ha condotto gli storici a pensare che probabilmente era un ufficiale militare della Guarnigione di Collegiacone [27], o forse anche un ricco commerciante o mediatore di affari con la propria famiglia e aveva un ruolo nel crocevia commerciale che passava per il centro Italia tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo [28]. Dalle ricerche d’archivio sul suo cognome emergono notizie sulla sua famiglia e si trovano riferimenti ad un mulino, che era una fonte di ricchezza per l’epoca e la professione di mugnaio era fiscalmente privilegiata e questo faceva di lui un piccolo monopolista locale di farina, pane e derivati. Era dunque ricco, ma non per questo amato considerando che gli agricoltori alle sue dipendenze spesso avevano visto i loro diritti violati sulla parte a loro spettante del raccolto. La casa accanto al mulino sul fiume Corno, fu probabilmente la seconda residenza di famiglia di Paolo e Rita.


Malgrado avesse l’anima nera e fosse coinvolto in traffici e faide sporche di sangue, Paolo era risolutamente e sinceramente innamorato di Rita e voleva sposarla secondo le regole. Se i genitori di lei e forse anche quelli di lui fossero perplessi da questa unione è una lecita domanda perché nessuna delle due parti vedeva di buon occhio per molte ragioni, specie politiche, le possibili conseguenze di quell’unione. Tuttavia sembra che acconsentirono. Paolo di Ferdinando [29] è l’uomo chiamato nei documenti del 1393 pretendente alla mano di Rita. Come si fossero conosciuti è un po’ un mistero, probabilmente erano compaesani e Paolo non trascorreva tutto il suo tempo, seppur la maggior parte, nelle lotte e negli intrighi. Altre ipotesi suggeriscono che la conobbe in una occasione offertagli dalla sorte o da Dio, durante l’esercizio dell’attività di famiglia. Seppure reticente, forse perché appena adolescente, le fonti non parlano di rifiuto di Rita a sposarsi né negano un suo reciproco sentimento nei confronti di un uomo così diverso da lei. Non esistevano problemi legali perché gli Statuti casciani [30] attestano l’età minima per le nozze ai maschi a quattordici anni e per le femmine a dodici, dunque Rita poteva sposarsi. Per noi oggi sarebbe follia, ma bisogna considerare la mentalità e anche l’età media, lo stile di vita e l’elevato tasso di mortalità infantile e anche in puerperio.


L’agiografia non riporta di focose passioni o cose travolgenti benché confrontando un carattere come quello che poteva avere Paolo con quello mite sicuramente di Rita, si sarebbe detto che fossero incompatibili, considerando anche che venivano da due mondi completamente agli antipodi: la pace e la guerra, impossibili forse da conciliare. L’agiografia tace e questo anche in segno di rispetto di un amore coniugale sincero e che mette una nota positiva alla leggenda nera che circonda lui. Profondamente rispettata dal padre e onorata dal marito Rita forse sfugge ai luoghi comuni del suo tempo e ad alcune convenzioni, tuttavia Paolo è definito come uno dal brutto carattere, rissoso e tendente alle sfuriate a cui lei non reagiva apparentemente mai fino a quando non era sbollita la collera. Trascorsero insieme diciotto anni e dunque un matrimonio duraturo per l’epoca, vita insieme che terminò drammaticamente quando venne assassinato. Erano felici insieme e forse la vicinanza mitigò il caratteraccio di lui e lei fu a lungo un esempio per lui a cambiare vita e rinunciare alla violenza delle faide. Il fatto che Rita avesse ricevuta una profonda e ampia educazione religiosa non fa di lei una bigotta incapace di provare le forti emozioni umane, tipiche dell’adolescenza e dunque il desiderio e la passione che portano a provare attrazione, amore per il proprio uomo. Rita era innamorata di quel ragazzo e seppe amarlo intensamente fin da principio, ma pare che attesero due anni prima delle nozze vere e proprie. Dunque Rita convolò a nozze a quattordici anni quando Paolo aveva superato la ventina. Qui testimonianze postume indirette e agiografia fanno la gara a colmare il vuoto storico che le fonti non raccontano, per descrivere l’amore tra queste due persone. Un Medioevo romantico, diverso da quello descritto nel contesto storico che però non va mai dimenticato perché anche se felici insieme, Rita e Paolo erano consapevolissimi di essere in un mondo che non perdonava niente e nessuno e ne pagarono il prezzo.


Nozze sobrie

Arrivati al giorno tanto agognato delle nozze, Rita e Paolo iniziarono il nuovo percorso insieme. Le fonti parlano di un matrimonio sobrio e non per tirchieria delle famiglie che volendo avrebbero potuto spendere anche molto, ma per i limiti imposti dalle Leggi suntuarie casciane [31][32]. Così per quanto riguardava i matrimoni, poneva limiti severi alla libertà di scambiarsi doni, di invitare alla cerimonia chiunque si volesse, di largheggiare nell’ospitalità. Soltanto gli sposi potevano farsi reciprocamente dei regali. Non era loro permesso, per, di farne ad altri, né riceverne. Nemmeno dai suoceri o dai parenti più stretti. Al pranzo, poi, non potevano prendere parte che i consanguinei fino al terzo grado e gli affini fino al secondo. In pratica: genitori, fratelli e cognati, eventualmente nonni e nipoti e qualche zio, ma niente cugini e amici [33]. C’era tuttavia della grazia nel nitore [34] dei riti nuziali e delle sobrie cerimonie famigliari che gli statuti e l’etichetta di Cascia prevedevano.


Per quanto riguarda il momento immediatamente precedente alle nozze troviamo riti che ci sembrano più famigliari e vicini ai nostri tempi che al Medioevo che siamo abituati a sentire raccontare. Paolo mandò a casa di Rita, qualche tempo prima del matrimonio doni semplici ma raffinati: una cintura e degli abiti. A recapitarli furono, secondo la tradizione, tre donne. Le quali però non poterono accettare a casa di Rita niente da bere o da mangiare salvo un “bicchierino e pastine”. Di lì a poco tempo, quando la data era ormai prossima, Paolo mandò altri doni più pregiati: tessuti e ornamenti personali, forse gioielli. A recapitarli, questa volta furono tre uomini.


Venne infine il giorno del matrimonio che si celebrò in Casa Lotti (una cappella di famiglia) o più verisimilmente la Chiesa di Montano che era li vicina. Il problema del luogo è relativo e l’autore, Cuomo, sostiene che probabilmente tutto il rito avvenne in una volta sola iniziando dalla casa della sposa e che rappresentava la parte meramente contrattuale poiché vi erano anche beni materiali di valore e conclusosi in chiesa per la liturgia nuziale con la somministrazione del sacramento. Erano presenti dieci uomini e dieci donne in tutto. Rita e Paolo si scambiarono gli anelli di foggia umbra, diversi dalle comuni fedi nuziali poiché rappresentavano due mani che si stringono. Mentre quello di Paolo è andato perduto, quello di Rita è conservato invece ed esposto al pubblico nel convento che ne porta il nome [35].


 

Figura 2 – L’anello nuziale accanto alla teca che custodisce il corpo intatto della Santa. Fonte: web. Accanto una riproduzione moderna che mostra più in dettaglio le due mani che si stringono.


Quanto agli abiti si può solo fantasticare, servendocisi di fonti sul costume, leggi suntuarie e storiografia oltre alle fonti iconografiche coeve, quale fossero quelli nuziali di Rita e Paolo. Un piccolo libricino noto come Regole per alcune anime divote [36], un breviario casciano in volgare umbro di quel tempo, ci fornisce alcune limitazioni probabilmente prese dagli statuti suntuari casciani per cui sappiamo anche cosa sicuramente non avrebbe indossato Rita quel giorno. Non c’erano sicuramente esagerazioni in eccentriche ‘forgie o frappature[37], code o altri addobbi vistosi che potessero farla passare per covella qualsiasi [38], ma sicuramente non si sarà ecceduto nemmeno in francescano rigore. È possibile che possa aver indossato “vestimenta rachamate” su una “camiscia lavorata al collaro o vero le estremità de le maniche” e che non abbia rinunciato a quegli ornamenti che la sua condizione le consentiva di possedere – e di esibire in determinate occasioni, per tradizione di famiglia – come “el collaro de oro o de argento o de perle o de seta o de altra materia” [39]. Non ci sono termini specifici di vestiario per identificare, almeno nelle fonti iconografiche un modello di abito ma la presenza di una veste ricamata lavorata al collo e alle estremità delle maniche fa ragionevolmente presumere – ed è un’ipotesi del tutto legittima – che Rita indossasse una versione della pellanda [40] o una gamurra [41]. Sul colore non ci viene data nessuna informazione e purtroppo non si hanno fonti iconografiche né coeve né postume di questo sposalizio per avere qualche dettaglio in più sulle vesti e gli ambienti di uno sposalizio tanto speciale.


 

Figura 3 - Cappella di Teodolinda, Storie di Teodolinda, Monza. Zavattari, 1444. Si nota la pellanda della regina mentre le ancelle, specie quella frontale indossa una veste già tipicamente rinascimentale. In questo caso la pellanda non mostra il collare come nelle versioni francesi, specie nei manoscritti miniati o nell’esemplare del Maestro della Manta del Castello di Saluzzo, in Piemonte sempre della prima metà del XV secolo, a fianco (rappresentazione di Eleonora di Arborea). Ovviamente questi modelli di pellanda sono molto lussuosi, è possibile che Rita indossasse una versione dal taglio più simile a quello della Manta, ma senza le frange e i particolari dettagli delle maniche.


Figura 4 – Esempi di gamurre tratte dall’affresco ‘Adorazione del sacro legno e incontro tra Salomone e la Regina di Saba’ di Piero della Francesca del 1452 (ultimi anni di vita di Santa Rita). Si tratta di immagini usate ad esempio, poiché non si hanno ritratti della vita di Rita prima della vita monastica e anche dopo, l’immagine che la ritrae sfrutta soprattutto la simbologia ritiana per il fedele.


Quanto agli uomini è presumibile che la loro tenuta sia stata pressoché uniforme. La moda maschile prevedeva per le occasioni solenni un abito da cerimonia denominato giornea [42], che consisteva in un’elegante tunica da sovrapporre alla camicia. Le fonti iconografiche e i termini volgari che identificavano uno stesso abito o una sua leggera variante rispetto al taglio originale, creano molta confusione nell’identificare con precisione questo modello di abito. Affreschi italiani di quel periodo comunque sono un’ottima fonte cui attingere, ma si trovano più fonti quattrocentesche che del secolo precedente.


Figura 5 - Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi. Benozzo Gozzoli, Firenze 1459. Si osservano in questo affresco coevo del periodo in cui visse gli ultimi anni Santa Rita da Cascia, molti modelli di giornea che è quella tunica indossata con la manica aperta e foderata di pelliccia.


Non vi fu banchetto subito dopo la cerimonia, come accade invece oggi, ma una semplice offerta rituale di vino e ancora pastine, una sorta di rinfresco, diremmo oggi. Paolo se ne tornò a casa sua senza Rita e mandò solo più tardi, quando lei fu pronta, degli amici a prenderla. Così voleva la consuetudine casciana. Lui l’attese sulla soglia. Nessuno lungo la strada potè offrire doni alla sposa né pretendere pedaggi da lei o dagli accompagnatori, per l’attraversamento di proprietà private, il che indica che le loro abitazioni non fossero così vicine.


A casa dello sposo si tenne il primo vero convito, cui parteciparono esclusivamente i suoi parenti, entro i limiti di consanguineità e affinità stabiliti, come si è visto, dalle leggi casciane. Un secondo pranzo si tenne in casa della sposa, una settimana dopo, con solo i parenti di lei. Paolo vi prese parte con tre uomini e tre donne della sua casa portando un cesto di vivande quale rituale ‘contributo del marito’ al banchetto. Anche su questa usanza, certo antecedente alle leggi suntuarie, gli Statuti casciani interferivano, stabilendo che non più di una cesta poteva essere portata. Rita portò con sé nella nuova casa una cassa contenente il suo corredo, scodelle di terracotta ed altri oggetti per la casa [43].


Vita nuova

Sembra di leggere il percorso di vita coniugale di una coppia tradizionale che segue il percorso voluto da Madre Chiesa, dopo le nozze si procede alla convivenza. Dove andarono a vivere Rita e Paolo le fonti sono incerte, a Roccaporena sicuramente, forse nella casa paterna di lei come voleva la consuetudine casciana, che per altro doveva essere abbastanza grande da accogliere una nuova famiglia. Sfortunatamente sembra che i genitori di Rita non riuscirono a vivere abbastanza a lungo da conoscere i nipoti. Altre fonti che si basano su testimonianze raccolte e trascritte molto dopo da tale Padre Trapp sostengono invece la reticenza di Rita ad abbandonare la casa paterna portando con sé la sua cassapanca di oggetti per la vita nuova, dunque Rita potrebbe essere andata o nella casa paterna di Paolo o in quella residenza del mulino di proprietà dei Mancini. Un autore di poco successivo che è tra i sostenitori dell’anima e della leggenda nera di Paolo, il Cavallucci, parla di un piccolo maniero o comunque da intendere come una grande casa, attaccata ad un mulino dove Paolo esercitò certamente l’attività redditizia di mugnaio e dove nacquero i due figli, qualcuno dice gemelli (evento eccezionale per quei tempi, considerando i rischi prima e durante e dopo il parto): Giangiacomo e Paolo Maria. Abbandonare la guerra e le cerchie di cui era un affiliato per darsi ad attività pacifica e redditizia, ma fuori controllo dai capi famiglia, fu l’errore e l’occasione di redimere però la sua anima per amore di Rita, di Paolo perché è proprio dopo questo cambiamento radicale che forse per punirlo, venne assassinato. Se consideriamo che trascorsero insieme quasi vent’anni è possibile che il cambiamento di Paolo non sia stato repentino, piuttosto graduale per indurre prima con le buone e poi con la violenza, l’uomo a ritornare alle vecchie cattive abitudini, da parte di una famiglia a sua volta costretta, ma non per questo giustificabile, ad una vita di violenza e vendette e lutti. Le circostanze della morte di Paolo e l’immediato sopraggiungere di Rita sul luogo del delitto parrebbero confermare che i sicari andarono direttamente nella loro dimora per punire il pentito. Gli anni dunque di matrimonio furono felici nel nido famigliare, ma come si è detto erano ben consapevoli dell’inferno che li circondava. I genitori morirono durante quei diciotto anni e seppure fu una morte serena e non violenta, il dolore di Rita fu certamente straziante, e ancora non sapeva che presto quella tomba avrebbe accolto anche le spoglie dei due figli e del marito.


La nascita dei due figli, oltretutto maschi, fu il coronamento della gioia per la famiglia paterna soprattutto perché era una sorta di garanzia della continuazione del nome. I progetti per i maschi erano di gran lunga più dettagliati che per le figlie femmine perché la dote non era per tutte e per molte restava la clausura. Figli maschi significava però anche quattro braccia in più da allenare per la guerra e Rita non voleva in nessun modo che i suoi figli si unissero mente e corpo nelle crociate di vendetta e rancori della famiglia di Paolo a cui lui aveva difficilmente rinunciato per amore. L’autore, Cuomo, parla di un’infanzia piuttosto felice e serena dei figli di Paolo e Rita, rara a quei tempi perché spesso nell’iconografia sia artistica sia manoscritta i bambini vengono dipinti come piccoli adulti, segno che non vi erano le ideologie di oggi sul bisogno di curare e preservare la tenera età al fine di formare adulti equilibrati e sereni. I tentativi di Rita di distogliere i figli dai giochi di guerra che con spade di legno erano certo innocenti, ma erano solo l’anteprima di un futuro di sangue, furono graduali e sicuramente furbi, discreti e senza sfuriate per bandire dalla casa la violenza simboleggiata dalle spade di legno. Ma mentre due bambini giocando imparano le prime mosse della scherma, da adulti impugnano armi vere che feriscono e uccidono e Rita pur non cercando di influenzare direttamente i figli circa la rappresentazione giocosa di un duello e della violenza, doveva conservare nel cuore il timore che crescendo il gioco si sarebbe potuto trasformare in qualcosa da cui non si torna indietro.


La morte violenta di Paolo

Nell’estate del 1401 Cascia fu colpita da una violentissima sommossa dovuta all’ennesima lite tra Gulfi e Ghibellini, tanto che lo stesso Podestà di Cascia né uscì malmenato dalla folla che lo accusava di simpatizzare per il papa. Si è scritto in qualche fonte poi smentita che Paolo forse perse la vita in quella sommossa, ma fu sicuramente il pretesto per punire un pentito che aveva rinunciato alla violenza per amore di una donna o comunque visto come un traditore che non partecipava più alla solidarietà della sua casta. Cadere nelle vecchie cattive abitudini però, anche in caso di remissione, non è difficile e può anche darsi che pur senza uccidere in quella rivolta, Paolo prese parte attiva e forse fu qualche suo comportamento a firmarne la condanna a morte.


La morte di Paolo fu preannunciata a Rita non da visioni ma da sinistre sensazioni e premonizioni, probabilmente anche incubi che oggi la scienza vorrebbe attribuire ai più atroci timori che una sposa può avere in una situazione del genere. In un qualche modo, forse consapevole di essere impotente davanti a quella prospettiva e in un certo senso sapendo cosa aspettarsi, Rita sapeva cosa sarebbe potuto succedere. Non si sa con esattezza quanti anni avessero i loro figli quando lui morì, ma dovevano essere ancora infanti, perché la data della morte di Paolo è presumibilmente il 1413 e i figli erano nati probabilmente nel 1398, dunque avevano più di una decina di anni e si avviavano verso quella che allora era la maggiore età, almeno per sposarsi. Paolo fu assassinato da più persone, una notte nei pressi Collegiacone mentre rientrava da Cascia al suo mulino. Era una notte tempestosa, forse estiva e il temporale non agevolava il tragitto di rientro. Cosa fosse andato a fare fuori casa Paolo, non si sa, se per affari o per questioni di famiglia, certo con quel tempo nessuno sarebbe mai uscito e dunque la questione non poteva essere rimandata ma fu movente della sua morte. Sicuramente la questione era grave e doveva chiedere la sua obbligata partecipazione, visto che erano riprese le lotte tra fazioni a Cascia ma il rifiuto, dovette rappresentare una sorta di tradimento. Chi aveva le mani sporche di sangue o comunque partecipava a lotte di fazione e conosceva tutti i segreti e le storie, era un pericolo. Sicuramente Paolo non aveva intenzione di tradire quei segreti ma doveva aver deciso di ripugnare la violenza e ciò non gli fu perdonato. Il cambiamento di vita non fu sicuramente letto solo in chiave di ravvedimento spirituale e morale, ma come una sorta di cambiamento di bandiera che poteva essere celato sotto l’ala della fede. Da ghibellino accanito quale era stato e che non era solito andare a messa e partecipare attivamente ai sacramenti, i suoi dovettero interpretarlo come un atteggiamento papista visto che nessuno gli aveva mai rifiutato l’accostamento ai sacramenti medesimi. Scrupoli e pentimenti non esistevano nella legge della guerra e Paolo aveva giurato anche alla sua famiglia, alla sua causa come un vassallo col signore e disobbedire significava tradire, così come tentennare. Fuggito dunque dal suo dovere ghibellino, tornato a casa in gran fretta dalla sua famiglia perché ne temeva l’incolumità. Seguito e braccato e ucciso, punito senza possibilità di difesa o di scampo, come un cervo e se oggi forse un tempestivo soccorso lo avrebbe potuto salvare a quei tempi era destinato a morire, Rita fu avvertita da un altro viandante (o un emissario?) che aveva trovato il corpo morente ma non è credibile, o piuttosto un testimone che ne raccolse, come vorrebbe l’agiografia, le ultime parole di pace e perdono. Rita fu avvertita comunque da qualcuno che c’era, aveva visto e sapeva la verità e si curò nel pulire il corpo, di eliminare la camicia sporca di sangue perché i figli non vedessero la prova concreta che li avrebbe spinti, come la morte violenta avrebbe fatto comunque, sulle orme della vendetta. Rita era sola davanti al corpo del marito e i figli vennero poco dopo e dunque lei ebbe il tempo di nascondere un pretesto di vendetta.


Quello che colpisce e che emerge dal processo del 1626, a riferire la testimonianza è un tale Priore Antonio Cittadoni di Cascia, Rita aveva sempre pregato per gli assassini del marito. Anche qui si tratta di una storia tramandata oralmente, dopo secoli e ha una valenza storica relativa perché le testimonianze vere e storiche sono quelle coeve successive a quella notte di violenza.


La morte di Paolo fu un colpo per Rita perché era consapevole che fosse stato il loro amore la causa di quella tragica morte. Rita era stata l’ancora di salvezza di Paolo per l’amore cristiano, oltre all’appagamento di un’intensa passione d’amore. Da Paolo erano venute per Rita sensualità e vertigine amore in senso profano, ma realizzato nella sacralità del matrimonio che altrimenti le sarebbero mancate e con quella morte le aveva perse per sempre. Forse Rita fu vista come colpevole indiretta di quella fine dalla famiglia paterna di lui e dagli affiliati alla fazione e si sentì certamente colpevole nei primi tempi. non solo, ora temeva che i figli le sarebbero stati sottratti o messi contro perché era contraria in cuor suo che i figli vendicassero il padre. Non avevano visto la camicia insanguinata, ma sapevano di che cosa era morto e la famiglia avrebbe premuto, in ogni modo, per spingerli a fare il loro dovere poiché avevano anche l’età per farlo. C’era di mezzo l’onore, la politica e la vendetta. E gli assassini non si sarebbero fermati e nemmeno i figli se fossero stati trascinati dentro alla macchina della morte da cui il padre aveva tentato di sfuggire.


Poco dopo quella morte, venne anche quella dei figli che non avevano vendicato la morte del padre ed avevano contratto un morbo infettivo, forse la peste ma le cronache non ne accennano perché probabilmente fu un piccolo focolaio e non una pandemia. Rita del resto avrebbe preferito che i figli morissero per quanto li amasse, piuttosto che gettassero via la loro anima e la salvezza eterna per vendetta. Del resto, i due giovani Mancini, data anche l’età, dovevano essere finiti non del tutto consapevolmente forse, in una vicenda che li avrebbe condotti, a seconda della loro scelta, o alla vita del padre o alla morte certa. La scelta del padre in un qualche modo li aveva esposti sin dall’inizio alla possibile morte violenta un domani. Se anche avessero rinunciato alla vendetta, erano un pericolo per gli assassini del padre. Uccidere o morire e forse dietro una drammatica e dolorosissima richiesta di preghiera di Rita, fu la malattia a decidere la salvezza della loro anima. In ogni caso la morte di Paolo, per le leggi casciane dell’epoca, sarebbe stata destinata a non essere del tutto sanata per i motivi descritti nel contesto storico sulla legittimità della rivendicazione o del pagamento di una quota a titolo di risarcimento per il crimine. Anche senza uccidere, qualora avessero scelto la via oscura, i due figli di Paolo avrebbero finito per commettere crimini da cui la spirale avrebbe ripreso solo energia per girare più forte all’infinito. Non solo, qualora avessero commesso un crimine, potevano finire vittime della condanna a morte per sanare l’offesa fatta, per volere di una legge che a dire il vero, non si capiva bene chi tutelasse esattamente tra vittime e carnefici poiché i ruoli si mescolavano continuamente.


È con la perdita della famiglia e il totale isolamento di Rita che ebbe inizio il percorso della sua Santità.


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La follia, la Pace e il Perdono di Rita


Figura 6 – Il veritiero volto di Santa Rita da Cascia, presente sul sarcofago nel quale fu deposta nel 1457, denominato ‘cassa solenne’, oggi a Cascia, nel Monastero di Santa Rita


La morte dei figli e del marito tutto in una volta sola e l’improvviso isolamento da parte della società e non tanto perché vedova, ma vedova di un uomo che aveva fatto parte delle fazioni in guerra a Cascia, vedova di un pentito; senza nemmeno una famiglia o parenti alle spalle a proteggerla, Rita credette di perdere la ragione e chiese almeno tre volte al Monastero di Santa Maria Maddalena (oggi S. Rita) di essere accolta tra le monache agostiniane ma anche questo rifiutò di accoglierla, essendo i monasteri tra quegli enti che si diceva essere promotori di pace e intermediari anche nelle faide per le pacificazioni. Dunque accogliere una vedova immediatamente dopo i fatti drammatici era una mossa pericolosa. Difficile pensare che vi fossero problemi di dote essendo che Rita disponeva di un patrimonio cospicuo, che se venduto prima di prendere i voti avrebbe fruttato molto e inoltre, prima di essere ammessa e nonostante le reticenze del convento, fece una donazione alla fabbrica del monastero per lavori di restauro. L’unica soluzione era un perdono formale, scritto tra la famiglia dell’assassinato e i suoi assassini, da sedare ogni possibile tentativo di vendetta futura e Rita non si tirò indietro. Nell’attesa di ottenere la richiesta e poter essere ammessa alla vita monastica, condusse un’esistenza che qualcuno potrebbe definire una follia senza ritorno. Si dedicò ad una vita che fu il primo gradino per il percorso come mistica, seppure finì attraverso predicazioni pubbliche non autorizzate verso peccatori e risentiti per essere etichettata come strega, poiché la superstizione prevalse sulla pietà. Isolata ancor di più dalla sua stessa comunità, Rita si ritirò ‘alla macchia’ vivendo nei boschi e nutrendosi di bacche selvatiche e vegetazione locale, nascondendosi nelle caverne che trovava o nascondigli riparati. Si sarebbe protetta con un manto di tessuto oggi conservato e con valore di reliquia nel santuario di Roccaporena a Cascia. In parte vista come strega, in altri casi specie per donne sterili o circostanze di parti difficili, fu vista come un’intermediaria presso Dio quale eremita e mistica. Si ritirava persino sullo Scoglio per pregare. Intratteneva al contempo e non trascurò, seppure in modo segretissimo, rapporti con entrambe le parti in causa nella vicenda che aveva portato all’assassinio del marito, in modo da tessere la trama di un vero perdono e soprattutto una Vera Pace tra le parti. Le stesse leggi casciane imponevano un certo silenzio su queste trattative di pace, stabilendo pene severe su chi gettava sospetti a vario titolo sulle parti in causa. Darsi da fare era anche equivalente ad accusare gli assassini di cui lei conosceva bene l’identità e a maggior ragione la pace andava tessuta segretamente. Le leggi casciane sono contradditorie poi laddove combattevano la stessa omertà che ostacolava di fatto l’identificazione dei responsabili di un crimine, ma al contempo preferivano ignorare un crimine o il responsabile in alcuni casi per evitare che ne seguisse la spirale di sangue. Chi poteva essere al corrente di qualcosa e taceva era dunque punito con pene pecuniarie pesanti e dunque anche Rita rientrava nel tentativo di pacificare, in questa categoria di ostacoli alla giustizia. Rita però condusse le sue azioni pacificatrici in grandissimo segreto e pochissimi ne erano al corrente, ma per gli altri divenne una ‘folle’. I casi simili a quello di Rita per certi versi sono vari, si ricorda quello di Margherita da Cortona [44] e Angela da Foligno [45].


Gli assassini di Paolo

Nonostante fonti non attestate, forse facenti più parte di leggenda che tradizione, gli assassini sarebbero sempre rimasti ignoti e impuniti, in realtà erano molto ben conosciuti a Cascia e Rita doveva sapere di chi si trattava, e proprio perché dovevano essere noti e dunque sicuramente potenti, che vi era tanta resistenza da parte di un ente religioso ad accogliere la vedova di un pentito assassinato. Gli assassini di Paolo erano noti ma non era sufficiente conoscere il colpevole per farlo condannare, esattamente come oggi, col rischio poi all’epoca di poter dare il via ad ulteriori rappresaglie tra le parti. Il delitto di Paolo non era un delitto di onore, piuttosto politico, scaturito dal venir meno ad un giuramento che per solidarietà di sangue egli avrebbe dovuto onorare. Più che ai singoli esecutori o mandanti, è stato possibile dagli storici identificare la cerchia, la famiglia o fazione colpevole. La traccia più significativa è la porzione ancora intatta di un affresco rappresentante Rita nella Chiesa di San Francesco, mentre partecipa alla cerimonia della pacificazione e in cui non è ancora vestita come una suora [46].


Scorrendo l’elenco delle suore che furono compagne di Rita quando finalmente venne accolta in monastero saltano agli occhi due nomi: Manicini (Caterina Antonii Mancini) e Cicchi (Angelutia Jacobi Matteo Cicchi Capotii). Caterina nella Documentazione ritiana antica viene indicata come imparentata con Paolo Mancini, mentre Angeluzza viene indicata come appartenente alla nobile famiglia dei Cicchi, titolari dell’altare dove si trova affrescata la pacificazione in cui appare proprio la giovane Rita con il velo vedovile. L’interesse dei Cicchi a commissionare l’affresco su un altare di famiglia, per giunta, un affresco che celebra un evento molto particolare a caratteri ben definiti, non può che essere indice che essi ebbero un ruolo in quella triste e sanguinosa vicenda. La pacificazione pubblica con cerimonia religiosa, evidentemente, non bastava del tutto, era necessario espiare anche in altri modi. L’affresco potrebbe essere stato realizzato dopo molto tempo dall’evento storico di pacificazione, quando il nome dei colpevoli era già pubblico anche ufficialmente. Caterina e Angeluzza anche se non sappiamo in che grado di consanguineità erano prossime alle due parti in causa, sicuramente furono tra le promotrici della pacificazione tra le due fazioni. Caterina era già monaca da molti anni quando lo divenne anche Rita, Angeluzza seguì dieci anni dopo Rita ed entrambe le sopravvissero e ne furono certamente testimoni oculari della sua vita. Angeluzza divenne poi badessa di quello stesso monastero e sulle orme, forse, di Rita contribuì negli anni successivi a continuare l’azione paciera tra le fazioni, come testimoniato da un affresco in Santa Maria della Plebe. Mentre di Caterina si capiscono più le ragioni di cooperazione con Rita, di Angeluzza è lecito avanzare l’ipotesi che fosse membro della famiglia dei Cicchi da cui era nata l’azione punitrice al pentito ghibellino. Successivamente l’affresco della pacificazione sopravvissuto in modo frammentario fu colpito proprio dai ghibellini nel corso di una violenta sommossa a Cascia, in modo anche da rendere simbolico in tutti i modi il prevalere sulla nemica fazione Guelfa. Chi faceva parte della fazione dei Cicchi? Sappiamo di un tale Bernardino Antonelli, di un tale conte di Montorio e del Principe Prospero Colonna. Vi aderiva un cardinale, anch’egli un Colonna [47]. Alla fazione partecipavano anche molti, rimasti ignoti, estremisti ghibellini. In tutto la fazione che si estendeva sul territorio anche fuori Cascia, contava fino al cinquecento persone, un vero e proprio clan come diremmo oggi, con denotazioni estremamente negative. Le cronache in cui sono coinvolti membri sicuri di questa fazione, parlano di azioni criminose e cruente, quasi un perverso gusto per guerra e sangue e non sarebbe strano se anni dopo la pacificazione e la morte di Rita, gli stessi discendenti dei Cicchi pentiti della loro azione, abbiano ‘rimediato’ distruggendo gli affreschi in cui i traditori dei loro antenati si erano inchinati ad una giustizia superiore [48]. La presenza in queste fazioni di membri anche altolocati del Clero fa capire che la questione della guerra tra Guelfi e Ghibellini, o crociata, aveva radici anche laddove operavano i ministri di culto e coloro che avrebbero invece dovuto lavorare solo ed esclusivamente per la pace; ma erano famiglie nobili che litigavano già tra loro per scegliere un papa di proprio gradimento, quasi un burattino da manovrare per assecondare interessi di altro genere, dunque non deve stupire che si abbassassero a partecipare o interessarsi a spedizioni, attacchi e rivendicazioni di una fazione contro l’altra.

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La vita monastica di Rita

La pacificazione tra le famiglie fu l’ultimo ostacolo che restava a Rita per vedere esaudita la sua richiesta di farsi monaca, al di là dei racconti agiografici e delle tradizioni orali o locali. Le leggi a quel punto le consentivano di entrare in convento. Le nuove norme emesse dalla Repubblica di Cascia in materia di consacrazione religiosa, nel 1401, stabilivano anche regole per la dote da portare per essere ammesse, intorno alle 150 lire ravennati, equivalenti a 50 fiorini casciani, più che sufficienti rispetto a quelle che furono le richieste della badessa. In realtà anche l’ammontare della dote aveva orientamento politico ghibellino che in questo modo mirava a scoraggiare l’ingresso nella Chiesa, il partito guelfo e nemico per eccellenza. L’ammontare della cifra aumentò col tempo, man a mano che cresceva il sentimento ghibellino. Rita aggirò le leggi facendo una libera e larga donazione attraverso offerte diverse e a vario titolo allo stesso monastero, il che non deve essere visto negativamente, ma forse voleva essere un modo per togliere la possibilità ad un partito promotore di violenza non meno di quello avversario, di mettere le mani sul suo patrimonio una volta divenuta monaca, per finanziare qualche altra cavalcata. Rita venne consacrata nel Monastero dove pronunciò la sua risoluta, libera e incondizionata volontà a farsi monaca agostiniana. La scelta dell’Ordine è dovuta anche alla sua devozione per S. Agostino. Rita aveva 36 anni ed era in un convento piccolino, con poche consorelle. Le furono date mansioni molto umili cui obbedì religiosamente senza mai opporsi, in particolare di curare per lungo tempo uno sterpio secco e privo di vita, che sicuramente non sarebbe mai rinato, almeno così pensava la Badessa che le diede quel compito non per umiliarla ma per mettere alla prova il suo spirito e la veridicità della vocazione. Evidentemente nessuno credeva che innaffiare una pianta morta sarebbe mai rinata, e invece…Rita lavorò per un anno in quella semplice e umile, apparentemente inutile mansione e la pianta germogliò di nuovo. Si trattava di una vita (pianta simbolica) e questo fu uno dei primi miracoli impossibile di Rita. Qui si richiama a quel passo del Vangelo in cui Gesù parla della fede e del fatto che nulla è impossibile a Dio. Non era impossibile laddove c’era la fede. La vite è ancora là ed è viva. I suoi tralci essiccati vengono ridotti in polvere e dopo essere stati cotti per ragioni igieniche vengono fatti seccare e messi in bustine benedette, usati dai fedeli per riceverne beneficio. Per quanto possa sapere di superstizione popolare, non è un volgare atto di paganesimo ma un atto di fede ispirato a un passo del Vangelo in cui Cristo dice di essere la vera vite e invita a restare uniti a lui come i tralci della vite le sono uniti. Rita partecipava alla vita del monastero anche e soprattutto occupandosi dei malati ospitati e dei poveri.


Le tentazioni di Rita

Non vi è Santo che non sia stato provocato e tentato dal Demonio e ne sia uscito sconfitto, a costo di scorticarsi le carni e mortificarsi in modi che avrebbero, a quei tempi, decretato la morte del corpo per infezioni o altri accidenti (cosa che purtroppo a volte succedeva, più o meno lentamente, con atroci sofferenze). La vita monastica richiedeva una totale castità di anima e corpo e per il diavolo niente era meglio di una sana tentazione in base – così riportano le agiografie medievali – al vissuto precedente la vocazione o ai timori umani del santo da provocare. Nel caso di Rita l’agiografia riporta che il Diavolo la tentasse nelle sembianze di un bellissimo e lascivo giovane, ma veniva allontanato dalla donna attraverso violente mortificazioni della carne e la preghiera. Questo perché Rita in gioventù aveva conosciuto il fuoco della passione nella sua vita coniugale con un uomo di cui era innamorata. Le pene che la Santa si autoinfliggeva erano solitamente fatte con l’autoflagellazione a sangue. Molto spesso l’iconografia ritiana riporta la santa che impugna il flagello con la sinistra mentre con la destra fa gesto di benedizione. Il flagello era fatto con cuoio e corde, durissime e dunque dolorose se usate per la flagellazione. La pratica è sempre legata anche alla simbologia cristiana perché è proprio la flagellazione la parte più cruenta e sanguinosa che fa venir voglia di fuggire e distogliere lo sguardo, quando si pensa alla Passione di Cristo e proprio questa scena spesso ricorre nei Vangeli e nei Salteri di tutta Europa. La stessa scena viene sempre riproposta con dovizia di dettagli simbolici per i fedeli, nell’arte religiosa italiana e straniera [49]. Sacrificio, dolore e sangue per avvicinarsi a Cristo e tenere lontano il Demonio e le sue tentazioni, poiché solo in quel modo era possibile raggiungere la santità. Ci sono anche santi che non sono ricorsi a questa dolorosa pratica, l’agiografia riporta curiosi aneddoti in cui i Santi, come Martino di Tour, avrebbero cacciato il diavolo con provocatorie prove che richiedevano allo stesso, angelo ribelle, di sottoporsi alla volontà e al perdono di Dio chiedendolo direttamente. La carne, che Rita aveva conosciuto nella vita coniugale e non nel senso solo erotico di una vita sessuale di coppia che è assolutamente normale anche per la sua epoca, fu il pretesto per il demonio di torturarla ma senza successo. Rita era anche una bella donna, desiderabile e sapeva cosa fosse l’attrazione (si dice che Paolo fosse molto bello), e il diavolo non si limitava a nasconderle la frusta prima di tentarla o provocarla, in modo che lei provasse il desiderio senza potersi autopunire, ma le metteva persino dei subdoli dubbi sulla sua reale vocazione. In altri casi Rita per mortificare il corpo e i suoi tormenti, inviati in vero dal diavolo, si rotolava nella neve gelida o si segnava laddove il silicio non aveva a sufficienza infierito, con gelide e taglienti scaglie di ghiaccio. Ovviamente la fantasia del demonio non aveva freni, perché non contento le appariva ogni volta sempre come un uomo bello, forse più bello della volta precedente e lei ogni volta resisteva e viene da chiedersi se, proprio perché Diavolo e conoscitore della vita della Santa, le apparisse persino sotto le sembianze dell’amatissimo Paolo. Era capace di provocarle il piacere e l’unico modo per cacciarlo era l’autopunizione sempre determinata e decisa che lo cacciava fino alla volta successiva. In epoca medievale ricorrono numerosi i tentativi del diavolo di tentare, in modo instancabile, le anime e i corpi dei santi uscendone però sempre sconfitto. Queste pratiche lasciavano il corpo piagato e ogni volta più debole e anche se un monastero aveva le cure efficaci – diversissime e primitive rispetto alle nostre se pensiamo che erano l’eredità della medicina classica ed araba – col tempo si venivano a creare dal punto di vista medico condizioni patologiche debilitanti tali che la morte si avvicinava sempre un po’ di più. Qualcuno penserebbe oggi che queste mortificazioni fossero frutto di fanatico sadomasochismo ed esaltazione religiosa, per non parlare delle visioni mistiche ed estatiche dei Santi. Ma in realtà vi era una profonda umiltà e convinzione nell’esercitare queste pericolose pratiche mortificanti da parte dei futuri Santi che non avevano nessuna certezza, va precisato, che una volta morti sarebbero divenuti santi, era un modo per loro, nel loro credo di sacrificarsi e donarsi a Dio senza che da lui venisse richiesto. Vi è infatti dall’altra parte questa errata concezione che a chiedere tutti questi esercizi punitivi fosse proprio Dio o qualche suo intermediario, ma in realtà era sempre una scelta personale, libera e devota di chi lo faceva senza nemmeno pensare a una possibile ricompensa e senza fare magari nessun miracolo quando erano in vita, per quanto l’agiografia attribuisca miracoli più ai Santi da vivi che da morti. In ciò si ritrova quell’idea radicale e che smentisce senza spazio a dubbi, l’altra concezione che è stata a lungo trasmessa, per secoli, del Dio padrone e vendicativo ed esigente di sacrifici (una convinzione ereditata dal paganesimo).


Eresia, presunzione e santità: la pratica autopunitiva e gli eretici in epoca medievale

Un rischio che correva chi incorreva in queste pratiche, specie chi lo faceva in pubblico con esaltazione, era l’accusa di eresia perché anche i ceppi eretici erano soliti praticare con una certa enfasi ed esagerazione ogni sorta di punizione per raggiungere, con perverso orgoglio una sicura santità. Qui si vede la differenza rispetto ai veri santi, benché alcuni siano stati accusati di eresia anche solo per le idee di povertà, come Francesco d’Assisi circa due secoli prima di Rita.


Dopo la nascita dell’Inquisizione non mancavano casi in cui i religiosi si combattessero tra loro a suon di prediche ed esempi, finendo loro stessi per essere accusati di eresia, convinti di combatterla, un vero paradosso. È il caso di due preti, Bernardino ed Andrea a Cascia che da tempo si sfidavano in duelli di fede e finirono con portare il secondo ai ceppi e forse anche al rogo e oggetto della disputa era la natura di Cristo. Anche lui fu comunque accusato di eresia, processato nel 1427 e poi assolto da ogni accusa e fu fatto Santo nel 1450 da Niccolò V, mentre frate Andrea fu quasi sottoposto ad ordalia e non si conosce l’esatto intervento, se vi fu, di Rita in quella tumultuosa vicenda che aveva prodotto o aveva avuto come causa scatenante anche la morte del fratello di Andrea [50].

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La spina di Rita

Santa Rita viene spesso rappresentata inginocchiata in preghiera con lo sguardo al Crocifisso mentre una spina inondata di luce come un proiettile si avvicina e le colpisce la fronte. Il fatto storico avvenne nel 1422 in occasione del tanto atteso sermone di un tale Giacomo della Marca [51] nella Chiesa di Santa Maria della Plebe. Rita era piccola di statura ma non le era sufficiente per sfuggire anche in un grande evento con molta gente, alla venerazione delle persone e la sua fama di guaritrice e taumaturga – specie per le donne con gravi problemi di sterilità e partorienti – era già grande per permetterle di sfuggire al popolo e non era facile nascondersi tra le consorelle, scarse in numero. Nel mezzo della predicazione di Giacomo, Rita iniziò a sentirsi male e non per claustrofobia o terrore di stare in tanta folla e nonostante le insistenze delle consorelle, volle partecipare a tutti i riti successivi fino a sera, quando il corteo si sciolse e ognuno rientro. Era inginocchiata davanti al crocifisso quando una spina partì improvvisa e fulminea dalla corona di Spine conficcandosi nella sua fronte. Sembra che il Crocifisso fosse dipinto e non scultoreo. La ferita non si rimarginò mai e anche la scienza ne ha confermato la presenza. Nel 1972 gli esami condotti sul corpo incorrotto della Santa hanno rilevato il trauma sull’osso di una scheggia che perfora l’osso senza trapassarlo completamente ma sufficientemente profonda, la ferita, da causare in vita alla donna un’infiammazione cronica e irreversibile simile all’osteomielite (patologia che colpisce anche il midollo osseo e si può diffondere). L’affresco davanti a cui avvenne il prodigio è anch’esso conservato nel monastero di Cascia.


Il fenomeno delle stimmate è comune, ma non diffusissimo, nelle vite dei Santi di cui si hanno ancora intatti i reti, ossa o mummificati. In genere sono presenti esattamente nei punti in cui fu conficcato il chiodo a Cristo in Croce e sulla fronte dove era collocata la corona di Spine e sul costato dove si conficcò la Lancia di Longino. Si tratta di ferite sanguinanti, dolorosissime che sarebbe difficile auto procurarsi senza uccidersi e sono diverse le ipotesi anche scientifiche che hanno condotto a teorie sulla possibile origine fisica di queste ferite, non sono mancati gli stati estatici dei mistici che in alcune condizioni particolari possono indurre anche ferite al corpo. Ma è solo una semplice, e non del tutto stabile, ipotesi. Rita aveva conosciuto anche l’estasi mistica, una particolare condizione di concentrazione sperimentata anche a livello fisico come una particolare e intensa sensazione di benessere che però nel caso dei Santi e dei mistici religiosi, di solito si verifica durante un momento di totale concentrazione nella preghiera. La Chiesa nel corso dei secoli ha dovuto mettere delle condizioni per stabilire la reale natura delle stimmate che con Benedetto XIV di regola, si può parlare di stimmate solo in assenza di patologie che non causino lacerazioni infettive e si ritenne che un tale dono da Dio non dovesse andare in cancrena né putrefazione o infezione e non dovevano dunque emettere cattivo odore. Molti casi di stimmate riportano invece l’odore gradevole, per quanto impossibile possa sembrare trattandosi di una ferita. Nel caso di Rita la ferita aveva un odore talmente rivoltante, anche se poi migliorò al momento della morte, da causare ribrezzo e arrivò persino a fare i vermi benché la santa cercasse di minimizzare. Era una ferita imbarazzante che le causava svenimenti e a peggiorare il dolore erano le continue inflizioni penitenziali che si auto procurava. In altri casi la cosa aveva destato sospetto richiedendo sin l’intervento della Santa Inquisizione come nel caso di Chiara da Montefalco [52] quando segni simili a stimmate comparvero sul petto della santa dopo la sua morte. Le consorelle avevano paura di quella ferita e Rita visse così isolata per molto tempo come se avesse un grave morbo infettivo. L’evento tuttavia, della stimmate non rimase segreta a lungo, come temeva la Badessa e già Rita era famosa come taumaturga e guaritrice e la gente chiedeva di lei, sempre più insistentemente e tenerla segregata, seppur col dovuto rispetto e una certa paura, era difficile se non impossibile. Rita divenne col tempo ‘beata e venerabile’ per il popolo. Da un atto notarile del 1446, dopo quattro anni dalla stimmatizzazione, iniziarono delle serie limitazioni per la vila relazionale di Rita e si tratta di un importante documento perché è il solo fatto quando lei era ancora in vita. Ebbe un enorme peso nel processo di canonizzazione del 1626 perché fino ad allora, nonostante il corpo fisico, vi era il dubbio della sua reale esistenza!

La piaga dolorante e puzzolente non frenò l’amore e il fervore religioso di Rita tanto che volle andare con le sorelle a Roma per il Giubileo di Niccolò V. E le obiezioni delle consorelle e della Badessa furono molte, ferme ma ecco che avvenne l’impossibile: la piaga smise di puzzare e iniziò al contrario a fare un debole profumo di fiori e la ferita riprese lentamente a guarire (per tornare poi a comparire e puzzare dopo). Fu un intervento divino a permetterle dunque quel viaggio a Roma. Dio la voleva lì. La piaga tornò rientrata dal convento e le suore si spaventarono molto, visto che era scomparsa dopo che Rita vi aveva dato un unguento – che probabilmente aveva già somministrato senza successo alla piaga per coprirne forse l’odore – e così vollero che tornasse a darsi l’unguento, ma non servì e la piaga rimase per sempre. Rita tornò così a isolarsi fino alla fine dei suoi giorni quando ormai debole e malata si incamminava verso la sua morte. Prima di morire, poco tempo prima, chiese alla consorella Caterina Mancini di portarle se possibile una rosa e due fichi, ma aimè era inverno e le piante erano tutte morte e come sempre, era impossibile trovare ciò che la donna chiedeva quando invece…eccoli lì i fichi e la rosa, nell’orto di Rita e non fu facile per la consorella raggiungerli tra neve e ghiaccio. Era gennaio del 1457, Rita sarebbe morta a maggio.


A Rita infatti è associata anche la rosa che come la corona di Cristo ha le spine affilatissime. La benedizione delle Rose è una delle cerimonie legate al mondo ritiano. Il fico invece ha un altro simbolismo, si tratta di un frutto che è legato alla figura degli eremiti e condurrebbe alla conoscenza e l’immortalità, si tratta di un frutto-simbolo iniziatico. La rosa ha invece una valenza mistica, è il simbolo della Trasfigurazione mistica, della rivelazione perché anche la Rosa da bocciolo pian piano aprendosi si rivela un bellissimo fiore. Le rose del tempo di Rita forse erano un po’ diverse dalle nostre, più piccole e con pochi petali che a loro volta, simboleggiano la coppa, il calice del sacrificio di Cristo.


Ultimi giorni

Rita morì il 22 maggio 1457 ed era consapevole anche se debolissima, ricevette l’estrema unzione e dopo essersi raccomandata alle consorelle si spense serenamente. Rita morì la notte tra il 21 e 22 maggio e quella è anche la data che si scelse per la ricorrenza religiosa quando fu iniziato il processo nel 1626. La beatificazione avvenne si per volere popolare ma fu poi confermata dal Clero nel 1628 e la canonizzazione avvenne solo nel 1900. La Chiesa cattolica, ai fini della canonizzazione, richiede il riconoscimento di due miracoli. Nel caso di santa Rita, si tratta della guarigione, ritenuta miracolosa, di Elisabetta Bergamini, una bambina che stava per perdere la vista a causa del vaiolo, inoltre della guarigione, ritenuta miracolosa, di Cosma Pellegrini, un anziano sarto di Conversano affetto da una gravissima forma di gastroenterite cronica: quest'ultimo, prima di recuperare improvvisamente la salute nel 1887, dopo aver ricevuto l'estrema unzione, avrebbe avuto una visione della santa. A questi episodi si aggiunse il gradevole e inspiegabile profumo che emanava dai resti del corpo della santa.


I resti della santa sono conservati a Cascia, all'interno della basilica di Santa Rita, facente parte dell'omonimo santuario e fatta erigere tra il 1937 e il 1947. Il corpo è rivestito dall'abito agostiniano cucito dalle monache del monastero, come voluto dalla badessa Maria Teresa Fasce, e posto in una teca all'interno della cappella in stile neobizantino.


Ricognizioni mediche effettuate nel 1972 e nel 1997 hanno confermato la presenza, sulla zona frontale sinistra, di tracce di una lesione ossea aperta (forse osteomielite), mentre il piede destro mostra segni di una malattia di cui avrebbe sofferto negli ultimi anni di vita, forse associata ad una sciatalgia. Era alta 1 metro e 57 cm. Il viso, le mani e i piedi sono mummificati, il resto del corpo, coperto dall'abito agostiniano, è in forma di semplice scheletro.


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Figura 7 – La teca che ospita le spoglie di Santa Rita con accanto il suo anello nuziale.


Santa Rita da Cascia, Santa degli Impossibili ha cancellato la parola IMPOSSIBILE dal dizionario dei fedeli ed è venerata in tutta Italia. Cascia e Roccaporena sono oggi mete di Pellegrinaggio. Non si conosce l’esatta categoria di cui è patrona, anche se vi è una preferenza per le donne sterili e con parti difficoltosi.

Santa Rita è invocata in cause impossibili anche se non conosciamo l’esatto elenco, non di pubblico dominio, delle grazie da Lei concesse o avvenute per sua intercessione e ancora forte e sarà sempre così, è la devozione dei fedeli. Impossibile fu forse il modo in cui affrontò la sua vita e le vicende che la dilaniarono a livello emotivo e personale, ma lei la rese possibile. E bisogna seguire il suo esempio.


Fonti bibliografiche

Libri

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  • Cuomo, F. (1997). Santa Rita degli Impossibili. Casale Monferrato: Piemme.
  • Muzzarelli, M. G. (1996). Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo. Torino: Paravia & C. S.p.A.
  • Muzzarelli, M. G. (1999). Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo. Bologna: Il Mulino.
  • Muzzarelli, M. G. (2006). Ma cosa avevano in testa? Copricapi femminili proibiti e consentiti fra Medioevo ed età moderna.
  • Muzzarelli, M. G. (2015). Uomini, vesti e regole. Dall’alto medioevo alla prima età moderna. In M. G. Muzzarelli, Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo (p. 23-98). Torino, Italia: Paravia.
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  • Vecellio, C. (1598). Habiti antichi et moderni di tutto il Mondo di Cesare Vecellio. Venezia: Sessa.
  • Vecellio, C. (1664). Habiti antichi. Venezia: Damiano Zenaro (1590-1598 ca.).
  • Vecellio, C. (1849). Habiti antichi et moderni di tutto il mondo (IV ed.).
  • Zorzi, A. (2009). Conflitti, paci e vendette nell'Italia comunale. Reti Medievali, http://www.rm.unina.it/rmebook/dwnld/Zorzi.pdf.


Internet

Treccani

Note

[1] Molte opere, dopo l’epidemia, furono coperte con la calce per sterilizzare e solo oggi, spesso causalmente, si ritrovano opere d’arte, affreschi laddove era stata sparsa la miscela in seguito alla pestilenza.

[2] Si richiama qui alla solidarietà di sangue e di lignaggio, già tratta anche in questo articolo, di Bloch: http://vivereilmedioevo.blogspot.com/2012/08/la-parentela-nel-medioevo-limportanza 26.html

[3] (Cuomo, 1997)

[4] Statuti casciani, (Cuomo, 1997) pp 311

[5] Statuti casciani, (Cuomo, 1997) pp 312

[6] In Francia nel periodo della Guerra dei Cent’Anni vi era una pratica simile attuata soprattutto dagli inglesi in territorio nemico, la cosiddetta Chevauchée, o promenade che consisteva appunto in rappresaglie rapide nel territorio nemico con lo scopo non solo di rapinarlo ma anche rovinarlo. In Spagna era nota come cavalgada. In Italia la pratica aveva invece uno scopo vendicativo, intimidatorio soprattutto.

[7] Inventario del Fumo, Cascia. (Cuomo, 1997)

[8] Erano le due fazioni contrapposte nella politica italiana del Basso Medioevo, in particolare dal XII secolo sino alla nascita delle Signorie nel XIV secolo. Le origini dei nomi risalgono alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dell'imperatore Enrico V (1125) fra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen (da cui la parola «guelfo») con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola «ghibellino»). Successivamente – dato che la casata sveva acquistò la corona imperiale e, con Federico I Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno d'Italia – in questo ambito politico la lotta passò a designare chi appoggiava l'impero (ghibellini) e chi lo contrastava sostenendo il papato (guelfi).

[9] La Cattività avignonese nella storia della Chiesa cattolica indica il trasferimento del papato da Roma ad Avignone dal 1309 al 1377.Il termine "cattività" viene dal latino captivus (prigioniero). Papa Bonifacio VIII (1294-1303) perseguì una decisa riaffermazione dei privilegi e del potere pontificio, sia all'interno degli Stati della Chiesa sia in ambito europeo. Tale politica lo mise in contrasto da un lato con le potenti famiglie feudatarie romane (in particolare i Colonna), dall'altro con i monarchi europei e principalmente con il re di Francia Filippo il Bello. Lo scontro fu aspro su entrambi i fronti. Ma mentre l'ambito interno vide il temporaneo successo del Papa, culminato con la distruzione dell'abitato di Palestrina, feudo dei Colonna, Sciarra Colonna reagì fermamente, sino al punto di oltraggiare il Pontefice con l'episodio noto come schiaffo di Anagni.

[10] Caterina di Jacopo di Benincasa conosciuta come Caterina da Siena (Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380), è stata una religiosa, teologa, filosofa e mistica italiana.

[11] Santa Brigida di Svezia, al secolo Brigida Birgersdotter (Finsta, 1303 – Roma, 23 luglio 1373), è stata una religiosa e mistica svedese, fondatrice dell'Ordine del Santissimo Salvatore; fu proclamata santa da Bonifacio IX il 7 ottobre 1391.

[12] (Cuomo, 1997) pp 19-22

[13] (Cuomo, 1997) pp. 21

[14] Dal lat. probĭtas –atis, la qualità di chi è probo, onestà, rettitudine morale. (Treccani V. )

[15] (Cuomo, 1997) p. 22

[16] Inventario di Fumo (Cuomo, 1997)

[17] (Cuomo, 1997)

[18] L’anno non è certo, contrariamente a quello di morte, seppure su questo non siano mancati dubbi. Uno dei primissimi biografi, Agostino Cavallucci da Foligno, era un sacerdote bene informato ma molto arrendevole alle suggestioni miracolistiche, fissa la data di matrimonio dei genitori al 1309, per cui se consideriamo anche una giovane età, nel 1381 avrebbero avuto un’età veneranda che sottolinea la vicenda impossibile del concepimento. La data del 1309 è dunque da prendere quasi come un dato leggendario perché la stessa storia non lo riporta. La stessa nascita di Rita sarebbe stata annunciata, non diversamente da altri santi, da un sogno alla madre (es, Chiara d’Assisi).

[19] (Cuomo, 1997)

[20] (Cuomo, 1997)

[21] (Cuomo, 1997) pp. 30-31

[22] Episodio riportato solo nel Seicento durante il processo di beatificazione, da una donna tale Diamante, che lo aveva sentito dai propri genitori, che a loro volta lo avevano sentito e così dicendo.

[23] (Cuomo, 1997)

[24] (Cuomo, 1997) pp. 38-39. Rita non volle solo farsi monaca, dopo aver perso la sua famiglia, ma monaca agostiniana, compiendo una scelta ferma e ben precisa.

[25] (Cuomo, 1997)

[26] Dal lat. gregarius, der. di grex gregis «gregge»; propr. «del gregge, che fa parte del gregge». Soldato semplice.

[27] Colle Giacone fa parte del comune di Cascia, in provincia di Perugia

[28] (Cuomo, 1997) pp. 60-61

[29] Era costume usare al posto del cognome di oggi, la genealogia paterna

[30] Al di sotto dell’età minima era necessario il consenso del padre, del fratello carnale o di un parente in grado di tutelare la famiglia contro il rischio di ‘nozze colorate’, ovvero una unione ambigua e nociva all’autonomia dei nuclei famigliari, per tutelare la quale era stata codificata una sorta di endogamia politica. Lo scopo era anche impedire che gli equilibri della società casciana potessero risentire dei contraccolpi dell’assorbimento di una famiglia da parte di un’altra. Per i trasgressori erano persino previste pene pecuniarie di almeno cento libbre senza sconti.

[31]Gli Statuti suntuari casciani regolavano le spese per le nozze ponendo espliciti divieti al titolo De expensis non fiendis in nuptiis et sponsalibus. Libro III, Rubrica 16. (Cuomo, 1997) Note pp. 314-315 “Amore”.

[32] Cascia come tutte le città mercantili e corrotte nonostante l’intenso fervore religioso, nelle quali era facile l’accumulo della ricchezza in spregio alla povertà di un’alta percentuale della popolazione, tendeva a darsi un’apparenza di austerità contenendo la vistosità delle feste, dei banchetti, delle celebrazioni che non corrispondevano a occasioni di pubblico interesse.

[33] Lo scopo ufficiale era quello di imporre il risparmio alle famiglie, ma c’era dietro a questo rigore una sorta di compiacimento integralista per quella malintesa sublimazione della povertà che, esaltata talvolta con trascinante furono finiva spesso col degenerare nei lugubri eccessi dei penitenti.

[34] Dal lat. nitor -oris, der. di nitēre «splendere» Lucentezza, nitidezzafig., chiarezza, eleganza

[35] Oggi questo anello è stato riprodotto in copie odierne in oro o altri metalli per le coppie che si sposano.

[36] (Cuomo, 1997)

[37] Grossa frangia ornamentale all’orlo di un abito da evitare. Breviario casciano. (Cuomo, 1997)

[38] Da quod velles per fare riferimento a piccole cose che andavano ad aumentare la vanità femminile, una sorta di gingillo che portavano le donne da nulla.

[39] Regole per alcune anime divote

[40] La pellanda (o opelanda o anche pelarda) sembra fosse così chiamata perché foderata di pelli; tuttavia se essa trasse la sua origine dalla houppelande francese, fu poi veste tipicamente italiana, e durante i secoli XIV e XV fu comune agli uomini e alle donne, specie in Lombardia e nell'Italia settentrionale. Apparsa in Francia verso la metà del sec. XIV, rimane in voga sino alla fine del regno di Carlo VI (1422) nella sua forma primitiva: veste ampia, da portare sopra altre vesti, aperta davanti e spesso anche ai lati, con maniche larghe e lunghissime, e in genere ornata di ricami e foderata di pelliccia. (Treccani E. , Pellanda - Enciclopedia Italiana, 1935)

[41] Gamurra, (etim. incerta; ant. fr. chamarre; sp. Zamarra). Antica veste da donna, detta anche camora o zippa (Italia settentrionale) e zimarra (Venezia, sec. XVI). Nel Medioevo è per lo più ampia e lunga, aperta davanti sopra la tunica o il vestito, foderata di pelliccia o d'altra stoffa, guarnita di frange e di cordoni d'oro e d'argento, con o senza maniche. Mentre in Italia è vestito esclusivamente femminile, in Francia la chamarre è anche abito maschile, trasformazione della "pelanda" (houppelande) e del surcot. Attillata alla vita e composta di una sottana e di un corpetto o tagliata a foggia di una sopravveste intera, larga in fondo sopra la faldiglia o il vertigado, chiusa al collo da un collare di merletto o aperta su di un'ampia scollatura, la gamurra, attraverso varî mutamenti, rimane la veste tipica dei secoli XV-XVI. (Treccani E. , Gamurra - Enciclopedia Italiana, 1932)

[42] Su questo capo i termini volgari creano confusione. Per capire bene il taglio dell’abito Treccani fornisce alcune definizioni. Antica sopravveste militare che copriva il petto e il dorso del soldato nel XIV sec., in seguito adottata dagli uomini d'ogni condizione, divenne una specie di piccola dalmatica senza cintura, con i due lembi fermati alla vita sotto le braccia; poi, provvista di maniche aperte per lasciar passare quelle del vestito di sotto, si guarnì di gioielli, di galloni e di ricami, si foderò di pelliccia e di seta, e per il popolo, un poco più lunga di quella adottata dai nobili, fu confezionata in tela o in panno. La giornea fu abitualmente adottata per cavalcare, ornata di stemmi e d'insegne (giornea a divisa). Verso il 1450 la giornea era una casacca corta, aperta davanti con maniche aperte o anche chiuse al polso ma sempre molto larghe, e molto imbottita sulle spalle. Sopra la giornea si portavano catene d'oro a più giri e medaglioni. Negl'inventarî del 1400 si parla spesso anche di giornee di donna, sopravvesti o zimarre aperte davanti, o anche ai lati sotto le braccia, spesso con maniche di diverso colore e foderate di pelliccia, ornate di frange e di ricami. Sempre nei conti quattrocenteschi figurano "jorneuzze" come abbigliamento da bambini. La giornea scompare nella seconda metà del '400. Sembra, secondo Treccani che la giornea derivi dalla guarnacca nata sempre come veste maschile, veniva portata sopra altri abiti; era un indumento modesto e serio, foderata di pelliccia, la guarnacca nel Duecento era lunga fino ai piedi, con maniche a forma di mantello, a larghe aperture per le braccia; nel '300 la scollatura formava davanti due piccoli rovesci arrotondati e foderati di pelliccia. Molto spesso aveva il cappuccio attaccato; la parte superiore scendeva a formare le maniche, ed era sempre aperta dai due lati sotto le braccia. Adottata dalla nobiltà e dalla borghesia venne sostituita in Francia alla fine del ‘300 dal gardecorps e dal pelliccione, mentre rimase come mantello da pioggia per la gente del popolo. In Italia continuò invece sino al '500.

[43] (Cuomo, 1997) pp. 83-86

[44] Margherita da Cortona (Laviano, 1247 – Cortona, 22 febbraio 1297) è stata una religiosa italiana, appartenente al Terz'Ordine francescano secolare. Nel 1728 è stata proclamata santa da papa Benedetto XIII.

[45] Angela da Foligno (Foligno, 1248 – Foligno, 4 gennaio 1309) è stata una mistica e terziaria francescana italiana, beatificata nel 1693 da papa Innocenzo XII e canonizzata da papa Francesco il 9 ottobre 2013.

[46] Purtroppo non si è riusciti a reperire l’immagine digitale in questione.

[47] Forse Prospero, come il Principe.

[48] (Cuomo, 1997) pp. 144-145

[49] La pratica della flagellazione fu usata anche da alcune categorie di penitenti, i cosiddetti flagellanti proprio in epoca medievale.

[50] (Cuomo, 1997) pp. 197-199

[51] Giacomo della Marca, al secolo Domenico Gangala (Monteprandone, 1º settembre 1393 – Napoli, 28 novembre 1476), è stato un sacerdote appartenente all'Ordine dei Frati Minori Osservanti (O.F.M.Obs.); è stato canonizzato nel 1726 da papa Benedetto XIII.

[52] (Montefalco, 1268 – Montefalco, 17 agosto 1308) è stata una religiosa italiana. Nel 1881 è stata canonizzata da papa Leone XIII, già vescovo di Perugia.