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Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza. L’eretica e l’Inquisitore, il diavolo e l’Acqua santa

Indice

Premessa

Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

Fonti bibliografiche

     Siti internet

     Libri e saggi


Premessa

La storia dell’eresia e dei movimenti ereticali, quella di numerose città italiane e quella della Santa Inquisizione s’intrecciano spesso tra loro nel periodo medievale, ma non solo, anche nei secoli successivi. La storia che viene qui presentata, e che ha come obiettivo anche la descrizione dei costumi realizzati per rappresentare due figure non indifferenti della società medievale italiana ed europea, ha come sfondo la Parma dei secoli XIII e XIV e i protagonisti sono Elina (o Elena) de’ Fredolfi e Florio da Vicenza, inquisitore dell’Ordine dei Domenicani. Trovare notizie su questi due personaggi non è stato facile e devo ringraziare due cari amici (Sara ed Elvis) per avermi aiutata a trovare alcune fonti. La storia di questi due personaggi è raccontata anche nella parte dedicata alla ricostruzioni delle loro vesti per il Palio di Parma.


Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

Fra’ Salimbene non dà molte notizie sull’evento che vide coinvolta una seguace dei Catari (o del Segarelli) e le informazioni che possiamo trovare su di lei sono reperibili solo attraverso la Cronica e pochissime altre fonti che non si contano sulle dita di una mano. Non è dunque stato facile indagare per trarre notizie che permettano di fare chiarezza sulla vicenda che vide condurre al rogo due donne nell’Anno 1279 per eresia: Elina de’Fredolfi e Tedesca. Nella Storia della città di Parma di Ireneo Affò, l’autore riferisce che nella Cronica Salimbene la chiama Elina de’Fredolfi. Di lei non si conosce né l’età né lo stato sociale, anche è più probabile che si trattasse di una donna del popolo, come lo erano la maggior parte dei seguaci dei Catari (e poi degli Apostolici), sebbene gli storici confermino che tale eresia avesse attecchito anche nella nobiltà. Elina era natia di Parma, all’epoca facente parte della Lombardia ove erano in vigore le leggi anti-ereticali di Federico II e nei cui territori aveva giurisdizione anche il Tribunale dell’Inquisizione lombardo. La donna fu trovata rea di aver abbracciato le idee dei Catari «simili in gran parte a quelle del Segarello, non ancora bastantemente noto per la sua ipocrisia » [1] Chi è affezionato alle teorie cospirative e si è ormai convinto della leggenda nera della S. Inquisizione, penserà certamente che questa donna fosse stata scelta per mandarla al rogo per motivi diversi dalle accuse che le furono mosse e che tutto il suo processo fosse un castello di carte; ma questa volta la rea era veramente colpevole [2]. Le pochissime fonti che abbiamo di lei attestano che trovata rea di eresia, probabilmente nel bel mezzo di una predicazione [3], fu arrestata e consegnata al Tribunale dell’Inquisizione. A quel tempo era inquisitore in Lombardia con giurisdizione sul territorio e quindi anche su Parma, un tale Florio da Vicenza, alcune fonti lo chiamano anche Ilario, ma può essere un errore di trascrizione. Di costui abbiamo un numero maggiore di fonti cui attingere informazioni, tra cui le opere di Salimbene e il Chronicon Parmense [4]. Attorno alla precisa identità di Florio gravano molteplici dubbi, legati più che altro agli ultimi anni di vita e di attività inquisitoriale. Sembra invece comunemente accettata l’identificazione del futuro inquisitore nella persona del priore dei domenicani di Vicenza, il cui ufficio risulterebbe documentato dal 1266 al 1275. Le fonti esistenti ci consentono in realtà di anticipare al 1265 l’anno di inizio del priorato di Florio, non spingendolo con certezza oltre al 1270. Di certo sappiamo che fu successivamente subprior del convento di Venezia, incarico dal quale venne sollevato al momento della nomina ad inquisitore, il 2 ottobre 1278 [5][6]. Quello stesso anno infatti successe come Inquisitore al confratello Aldobrandino nella città di Ferrara [7]. L’anno successivo Florio risulta attivo sempre come Inquisitore anche a Bologna e a Modena: il 17 giugno di quell'anno, infatti, esaminò a Bologna un borsarius [8] di nome Giuliano, sospettato di eresia; dopo averlo di nuovo sottoposto ad esame il 13 luglio successivo, il 29 agosto emise la sentenza definitiva. Poco dopo era a Modena: il 20 settembre, in seguito al rogo di un eretico, scoppiò in quella città una sommossa contro di lui, nel corso della quale venne devastato il convento dei domenicani e trovò la morte un religioso [9]. Le fonti per quell’anno ormai lontano, il 1279 non parlano di ulteriori processi e condanne ad opera di Florio da Vicenza, ma questo non significa assolutamente nulla, per quanto riguarda i fatti di Parma. È vero che la maggior parte delle fonti lo vede attivo come inquisitore nell’area tra Modena, Bologna e Ferrara, molto lontana da quella di Parma, ma la sua presenza in questa città non deve apparire al lettore come una cosa eccezionale, essendo egli anche Inquisitore della Lombardia [10]. I documenti e le cronache su Florio da Vicenza relativamente ai fatti di Parma del 1279, tra cui anche la bolla Olim sicut accepimus del 7 maggio 1286 non lo citano espressamente con nome e cognomen toponomasticum, ma permettono di dedurre che si trattasse proprio di lui. Il dubbio sui fatti di Parma deriva anche dal fatto che le fonti fanno menzione di altri tre domenicani attivi nell’area di Emilia e Veneto tra la fine del Duecento ed il primo decennio del Trecento, e che portarono il nome di Florio. Per uno solo di essi è ricordato anche il cognomen toponomasticum. Così stando le cose, è problematico stabilire anche in via ipotetica collegamenti tra Florio da Vicenza ed i frati predicatori coevi suoi omonimi. I fatti successivi al rogo di Parma del 1279 come la rivolta che ne seguì e le sommosse contro i Domenicani del periodo successivo che portarono l’Inquisitore a dover rivedere il proprio atteggiamento nella caccia all’eresia e nelle modalità di processo, confermano che si trattasse proprio del Florio da Vicenza di cui è specificato il toponomasticum. Mancando atti processuali ufficiali del processo in cui si citi anche il nome dell’Inquisitore che tenne gli interrogatori ed emise la sentenza, si possono solo fare delle ipotesi su cosa avvenne veramente a Parma nel 1279 [11]. Arrestata e condotta al Tribunale dell’Inquisizione, Elina fu interrogata. Anche sull’interrogatorio, in mancanza di atti, non si hanno notizie e nella Storia della città di Parma l’autore sostiene che questa fu solamente ammonita e non fa nomi di inquisitori, per cui è lecito supporre che Florio forse non era presente, non ancora [12], anche se le notizie che si hanno su di lui e sulla sua attività fanno pensare che fosse solito anche interrogare gli imputati. Non va dimenticato in questo punto che si è al tempo in cui gli Apostolici avevano iniziato la loro attività e in cui Segarelli si era già ribellato e a Parma la diocesi era governata da Obizzo Sanvitale, lo stesso che incarcerò per compassione il Segarelli nella speranza che abiurasse, credendolo perfino pazzo. Accusata di essere una seguace dei Catari – accusa molto probabilmente mossa anche al Segarelli per l’affinità delle ideologie con quelle del Catarismo – Elina fu persuasa ad abiurare e poi fu rilasciata. Nella Storia della città di Parma si parla di un dolce ammonimento ma è dubito, salvo l’eretica non abbia avuto la fortuna di essere interrogata da Obizzo, lo stesso Vescovo, figura che forse all’epoca in un caso del genere poteva concedere la grazia. Nella più sfortunata delle ipotesi, Elina potrebbe essere stata interrogata proprio da Florio da Vicenza ed eventualmente anche torturata, sebbene sull’uso della tortura da parte dell’Inquisitore vicentino le fonti dicono poco e sono molto vaghe [13], ma il permesso papale da parte del pontefice ad usare eventualmente la tortura per far confessare gli imputati era già in vigore dal 1252. Molte sono le leggende metropolitane sulle modalità di tortura delle donne in epoca medievale da parte dell’Inquisizione e non mancano dettagli raccapriccianti indegni di essere pronunciati, ma le fonti storiche in possesso agli studiosi hanno evidenziato che il più delle volte si sottoponeva l’imputato, maschio o femmina che fosse, alla ruota (che tirava le membra fino a lacerarle) o si ustionavano varie parti del corpo (in genere braccia, gambe e petto) con tizzoni ardenti. In questi casi era richiesta anche la presenza di un medico che doveva curare le ferite provocate all’imputato, sulle quali l’inquisitore avrebbe opportunamente tornato a calcare la mano in fasi successive, qualora non fosse riuscito a ottenere una confessione. Brutale certamente, indegno se si pensa che a operare in tal modo furono dei monaci e uomini di Chiesa, contrario a ogni messaggio divino, ma questa è la verità storica. Non mancano certamente talvolta descrizioni dell’epoca di chi parteggiava per certi eretici o movimenti ereticali e spesso i sopravvissuti alle torture [14] avevano ben motivo di screditare l’Inquisizione in tutti i modi e la fantasia era un grande aiuto, ma proprio per la peculiare parzialità di queste fonti, spesso tramesse prima oralmente e poi trascritte, non è prudente prenderle per oro colato, anche quando la tortura fosse stata usata su delle donne. Certamente l’uso della tortura, in qualunque epoca e indipendentemente da chi la esercitava fu uno strumento che assicurava il 99,9 % delle confessioni degli imputati e qualora fosse stata usata anche su Elina, è lecito presumere che questa in un primo tempo abbia deciso di confessare e abiurare, altrimenti non si spiega perché rilasciarla, come racconta l’autore della Storia della città di Parma. Tornata in libertà, ricadde nell’errore o probabilmente non ne era mai uscita. Potrebbe aver ritrattato per assicurarsi la libertà, convinta di riuscire in un secondo tempo a continuare il suo apostolato il che evidenzia una certa arroganza di questa donna, una superbia eguale a quella che avevano tutti gli eretici che non tornavano mai veramente sui loro passi. Uscita dal carcere Elina riprese più accanita di prima le sue predicazioni e fece persino una nuova seguace, una certa Tedesca, moglie dell’albergatore Ubertino Biancardo, della Vicinanza di San Giacomo. Colta di nuovo in flagranza di reato, questa volta fu consegnata insieme alla seguace al braccio secolare, processate, probabilmente torturate e condannate a morte per rogo. In tal caso è certa la presenza di Florio da Vicenza come documentato dalle cronache. Sulla Piazza della Ghiaia di Parma, fu preparato il rogo delle due donne, con pali, fascine e con il popolo spettatore. Per quanto assurdo possa sembrare le esecuzioni pubbliche in epoca medievale sollecitavano un perverso piacere nel popolo osservatore che subito dopo inveiva e faceva sommosse contro gli esecutori delle condanne. Dopo aver assistito al rogo finchè le due donne non furono incenerite, mossi da piacere perverso e falsa compassione, il popolo si ribellò contro l’Inquisizione iniziando ad accusare il domenicano di essere snaturato e crudele. In breve l’ira del popolo raggiunse picchi critici e armati di qualsiasi cosa capitasse loro a mano, i popolani si recarono a saccheggiare il convento dei domenicani, uccidendone perfino uno che era vecchio e cieco, del tutto estraneo ai fatti. Qui si rivela una strana somiglianza con eguale evento del 1278 di Modena che vide sempre come inquisitore Florio da Vicenza. Secondo Parmeggiani, si tratterebbe di un errore di Zanella [15] che ritiene che la rivolta sia avvenuta a Modena, ma in realtà, come dimostrano anche le fonti dell’epoca, avvenne a Parma. In seguito alla rivolta i Domenicani lasciarono Parma ma poco dopo la città fu colpita da interdetto e scomunica per diversi anni. Il fatto che la rivolta prese di mira non già la singola persona di Florio, bensì l’intero convento dei Predicatori, è sintomatico dell’estensione della “colpa” dell’inquisitore all’intero ordine. Questa assimilazione di identità sembra del resto confermata dalla lettura di alcuni passi della Cronica di Salimbene, quando vengono indicati come responsabili del rogo i domenicani tout-court. Come è già stato notato, l’episodio di Parma non rimase un caso isolato: sommosse analoghe furono, anzi, numerose , a testimonianza dell’insofferenza popolare – ma anche da parte delle autorità comunali – nei confronti della presenza del tribunale inquisitoriale che proprio in quegli anni andava radicandosi sempre più concretamente nel contesto urbano. Quello che colpisce, e dovette pesantemente condizionare lo stesso Florio, fu la proporzione e la violenza del tumulto, la cui eco era ancora viva a più di vent’anni di distanza nelle parole dei rivoltosi che contestarono pesantemente nel 1299 a Bologna le condanne al rogo decretate dall’inquisitore Guido da Vicenza [16]. Le fonti fino a noi giunte non testimoniano, successivamente ai fatti di Parma, alcuna condanna “al braccio secolare”, mostrando – piuttosto – una certa prudenza da parte dell’inquisitore, se non talvolta una marcata attitudine alla clemenza ed al perdono [17]. Verso la fine del secolo Florio cessò probabilmente l’attività d’inquisitore venendo progressivamente sostituito da un confratello vicentino, tale Guido, citato sopra e in altri casi fu sostituito dal vicario, Galvano da Budrio. Dopo il febbraio del 1298, egli non appare più ricordato dalle fonti per diversi anni, sino al 1308, quando venne coinvolto nell'inchiesta ordinata, il 28 agosto 1307, dal papa Clemente V sull'operato degli inquisitori dell'Italia settentrionale [18]. Con lettere del 3 aprile, dell'11 giugno e del 19 luglio 1308, infatti, il pontefice disponeva che s’indagasse in particolare sulla consistenza delle accuse di malversazione [19] mosse sia contro Florio ed un suo confratello Parisio da Mantova, "un tempo inquisitori", sia contro i vescovi di Ferrara, Guido, e di Comacchio, Pietro. È questa l'ultima notizia sicura su Florio da Vicenza che sia giunta sino a noi [20]. Alla fine anche l’Inquisitore fu inquisito, ma non fu mai indagato per i metodi e le procedure da lui usate durante la sua attività di inquisitore. Il giudizio che si ha di quest’uomo non è certo positivo agli occhi degli storici, seppure nessuno gli abbia mai attribuito la fama di uomo spietato e sanguinario, ottuso e perverso, malgrado le fonti facciano pensare che talvolta si sia servito della tortura per ottenere una confessione. Fermo, impassibile, determinato, colto e sicuramente anche intelligente fu apprezzato dai colleghi, ma questo certo non basta a togliere l’ombra dal suo curriculum né a toglierla purtroppo dall’Ordine di cui faceva parte.


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Fonti bibliografiche

Siti internet


Saggi e voci Treccani


Voci Wikipedia (IT, ENG)


Libri e saggi

  • Contra haereticos sui temporis, di Hugo Rotomag, 1255
  • A History of Medieval Heresy and Inquisition di Deane, Jennifer Kolpacoff; Rowman & Littlefield Publishers, Inc. 2011
  • Apostoli e flagellanti a Parma nel Duecento secondo nuovi documenti di F. Bernini, 1935 pp. 353-357
  • Archivio Corona, gen. 7175; Arch. di Stato di Padova.
  • Documents pour servir à l'histoire de l'Inquisition en Languedoc di C. Douais, Parigi 1900
  • Dominicans, Muslims and Jews in the Medieval Crown of Aragon di Robin Vose. Cambridge University Press, ed. 2009
  • Explicatio super officio inquisitionis. Origini e sviluppi della manualistica inquisitoriale tra Due e Trecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012 di Riccardo Parmeggiani
  • Ferdinando del Castello, 1589
  • Histoire et doctrine de la secte des Cathares ou Albigeois, di C. Schmidt, Parigi 1849, voll. 2;
  • Historia Generale Di S. Domenico Et Dell'Ordine Suo De'Predicatori di Copertina anteriore
  • History of the Inquisition of Middle Age di Ch. Lea, Londra 1888
  • Itinerari ereticali. patari e Catari tra Rimini e Verona di G. Zanella, Roma 1986, pp. 28, 30, 33, 91;
  • L'eresia del male di R. Manselli, Napoli 1953
  • L'eresia nel Medioevo di F. Tocco, Firenze 1884, pp. 73-134
  • L'eresia nella Cronica di fra Salimbene, di Mariano da Alatri, in Eretici e inquisitori in Italia. Studi e documenti, I, Il Duecento, Roma 1986, pp. 68, 73;
  • Liber antihaeresis di Everardus de Beth, Bibl. PP. Lugd., Parigi 1644, IV, 1073
  • L'inquisitore Florio da Vicenza, in Praedicatores - Inquisitores - I. The Dominicans and the Mediaeval Inquisition. Acts of the first International Seminar on The Dominicans and the Inquisition (Rome, 23-25 February 2002), Roma, Institutum historicum fratrum Praedicatorum, 2004, pp. 681-699 di Riccardo Parmeggiani, Università di Bologna Alma Mater Studiorum, Dipartimento Storia Culture Civilità
  • Nascita, vita e morte di un'eresia medievale, a cura di R. Orioli, Novara-Milano 1984, pp. 80, 226;
  • Regesti di pergamene di archivi ecclesiastici ferraresi, Inquisizione, A. Franceschini, p. 1 n. ib; Chronicon Parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum MCCCXXXVIII, a cura di G. Bonazzi, ibid., XV, 2, pp. 35 s., 41, 52 s.;
  • Serm. XIII adv. Catharorum errors di Ekbertus
  • St. Francis of Assisi and Nature: Tradition and Innovation in Western Christian Attitudes toward the Environment di Roger D. Sorrell. Oxford University Press, USA, 1988
  • Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795
  • Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 Vol I di IV.
  • Summa contra haereses di Alanus
  • The Medieval Tailor's Assistant: making common garments 1200 -1500 di Sarah Thursfield. Ruth Bean Publishers ed., 2001
  • Un traité inédit du XIIIe siècle contre les Cathares, in Ann. de la Fac. de lettres de Bordeaux, V, fasc. 2 di Ch. Molinier.
  • Vita del glorioso patriarca S. Domenico tratta da' scrittori coetanei di lui, e da altri autori celebri di Francesco Serafino Maria Loddi, 1727
  • Vita haereticorum di Bonaccursus


Note

[1] Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795 pp. 37

[2] Non esistono atti del processo, se ci sono mai stati non sono giunti sino ad oggi e lo stesso vale per le opere del suo inquisitore, quello che la condannò al rogo insieme ad una seguace che aveva convertito. In mancanza di atti ufficiali di questo processo anche ricostruire la dinamica dei fatti non è possibile, si possono formulare solo delle ipotesi.

[3] Difficile pensare che fosse stata tradita perché sono troppe le fonti, certamente di parte, che attestano una certa arroganza e spavalderia negli eretici che predicavano pubblicamente; nel caso dei Catari c’è anche la conferma che questi sfidavano apertamente in dispute pubbliche i cattolici.

[4] In una trascrizione trecentesca della Chronica viene riportata la rivolta popolare in seguito al rogo, ma viene citato un altro inquisitore domenicano, certo Giovanni da Cornazzano. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani

[5] L’atto di designazione di Florio da parte del provinciale dei Predicatori di Lombardia, Bonanno da Ripa, è conservato in una preziosa copia coeva custodita presso l’Archivio Storico Diocesano di Ferrara. Il raro documento riporta la citazione integrale della decretale Licet ex omnibus nella versione di Clemente IV e ci informa di come la designazione di Florio sia avvenuta mediante la consultazione di altri frati del medesimo ordine. La stessa bolla pontificia concedeva tra l’altro al provinciale o al proprio vicario la piena libertà di rimuovere dalla carica in qualsiasi momento e per qualunque ragione l’inquisitore nominato. Il fatto che Florio abbia conservato il proprio mandato per almeno quindici anni (1278-1293) – un periodo eccezionalmente lungo se confrontato con l’attività di altri inquisitori coevi ci testimonia di quale considerazione dovette godere presso i superiori del proprio ordine. Di certo fu un personaggio di notevole rilievo, se è vero – tra l’altro – che rinunciò all’episcopato Vicentino offertogli da un pontefice in data non precisata 8 : se, come molto probabilmente fu, ciò avvenne una volta terminato l’officium inquisitoriale, avremmo un’ulteriore riprova di come tale ufficio rappresentasse spesso l’anticamera per l’episcopato. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani

[6] Teoricamente all’epoca di Florio doveva valere il principio di perpetuità dell’incarico, conformemente a quanto stabilito dalla decretale Ne aliqui dubitationem di Clemente IV. La bolla è rivolta agli inquisitori francescani, ma si può supporre per analogia non formale che lo stesso principio dovesse valere anche per i domenicani già prima del 1290, data in cui l’identica decretale venne diretta ai Predicatori. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[7] Il 16 febbraio ed il 25 agosto dell'anno successivo ricevette dal cardinal legato di Romagna e Tuscia Latino Orsini inviti a intervenire sia contro gli ebrei ferraresi, che perseguitavano un ebreo convertitosi al cristianesimo, sia contro ebrei di Aquileia, di Venezia, di Mantova e della stessa Ferrara, i quali, abbracciata la fede cattolica, erano poi tornati alla loro antica religione: il cardinale disponeva che si procedesse nei loro confronti e nei confronti di chi li avesse favoriti, adottando le medesime misure con cui si procedeva nei riguardi degli eretici, facendo ricorso - se necessario - al braccio secolare. Non bisogna dimenticare che l’Inquisizione arrivò in molti casi a prendersela anche con chi non era eretico, ma aveva semplicemente altro credo, specificamente se la prendevano molto con gli Ebrei e non per ragioni razziste, ma si presume per ragioni economiche e politiche dato che gli Ebrei nel Medioevo e non solo erano tra coloro che potevano prestare denaro dietro interesse poiché nella loro cultura non era considerato peccato, contrariamente al cattolicesimo.

[8] Una sorta di cassiere, esattore delle tasse. Il termine deriva a bursa, la borsa che era all’epoca fatta di pelle e serviva per contenere denaro e altri piccoli oggetti.

[9] Il fatto in realtà non avvenne a Modena ma a Parma come documentano le fonti. In seguito alla ribellione i Domenicani se ne andarono da Parma e questa fu colpita immediatamente dal papa con l’interdetto e la scomunica. Si chiarirà questo punto successivamente, nella parte dedicata al rogo vero e proprio. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[10] Florio tenne quel titolo almeno fino alla fine del secolo, anche se nell’ultimo decennio sembra aver cessato l’attività di inquisitore tornando ad essere semplicemente un Frate predicatore. Fonte: Dizionario Biografico Treccani

[11] Purtroppo nessuna delle opere di Florio si è conservata fino ai nostri giorni; possediamo soltanto un doppio esempio di formulario inquisitoriale, redatto da un suo notaio.

[12] Potrebbe aver svolto il secondo interrogatorio che la condusse al rogo, ma come detto è solo un’ipotesi.

[13] Risulta infatti che egli aprì un'inchiesta contro un certo Bonpietro, ma che non riuscì a trovare prove per muovergli addebiti di particolare rilevanza: dovette infatti rimetterlo alla fine in libertà, dopo averlo fatto sottoporre a una non grave punizione corporale. Nel 1283 costrinse alla confessione un tale Bociarino, cui però poi concesse l'assoluzione. Allo stesso modo dovette condursi nell'azione contro una Rosafiore ed una Rengarda, promossa in quel medesimo giro di tempo (impossibile precisare l'anno a causa della laconicità delle fonti). Sempre in quel periodo - anche in questo caso ignoriamo la data esatta del fatto - ricevette da un cittadino di Firenze, certo Donato, garanzie per un altro fiorentino di nome Lippo.

[14] Qualcuno c’è stato, abiurarono le loro idee confessando le loro colpe e trovarono clemenza scampando il rogo. Uno di questi fu imputato sotto Florio da Vicenza. Vedere nota precedente.

[15] Autore della voce di Florio da Vicenza nel Dizionario Biografico Treccani

[16] Coinquisitore di Florio da Vicenza.

[17] Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani pp. 686

[18] Il 22 giugno del 1297, data in cui è presente – diversamente a quanto asserito da Zanella – alla cessione in favore dell’Inquisizione di un’area di pertinenza dei domenicani, Florio risulta già, semplicemente, come uno dei frati testimoni dell’atto. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani pp. 691

[19] Impiego illecito o illegittimo di denari, beni mobili, da parte di un amministratore o di un pubblico funzionario.

[20] Dizionario Biografico Treccani